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Yogin – autoterapeuti?

Riprendendo il discorso del post precedente, e pensando al concetto di satkāryavāda del Sāṃkhya, per cui l’effetto è contenuto in nuce nella causa – causa ed effetto si assorbono una nell’altro come in una striscia di Möbius – ci sono credo diversi motivi per cui la pratica dello Yoga può costituire un’efficace terapia (di supporto!) in persone nello spettro autistico. Proprio per l’esperienza di sollievo provata nella pratica, possono riconoscere e sviluppare l’affinità di cui si parlava.

immagine di David Benbennick

Faccio riferimento al lavoro di Tony Attwood, il cui libro Guida completa alla sindrome di Asperger è un buon supporto generale. In un suo post recente (su facebook) identifica 10 aspetti che possono causare disagio e sofferenza alla persona nello spettro autistico. Cerco qui di riassumerli e vedere come lo Yoga possa portare sollievo a questa sofferenza.

  1. Essere diversi. Una persona autistica sperimenta di essere diversa dalle altre e il processo di individuazione, spesso caratterizzato dal tentativo di adattarsi alle richieste sociali, può essere difficile e doloroso.
    • Lo Yoga, nel suo percorso meditativo, cerca di risalire nel percorso ‘evolutivo’ fino all’incontro primigenio tra i puruṣa e la prakṛti cha ha dato luogo alla differenziazione della materia, e porta in ultima analisi a riconoscere la propria essenza, uguale agli altri esseri umani, incarnazioni diverse di innumerevoli ma identici puruṣa.
  2. Autoregolamentazione. L’autismo è una condizione del lobo frontale, responsabile del funzionamento esecutivo. Tre quarti delle persone nello spettro soffrono di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), caratterizzato da un cattivo funzionamento esecutivo. Le capacità di funzionamento esecutivo includono la capacità di concentrarsi sulla cosa giusta al momento giusto, la transizione tra gli eventi, organizzare se stessi e il proprio tempo, pianificare e dare priorità, tenere un problema nella mente mentre lo si sta risolvendo e inibire le risposte ‘di getto’. Se il funzionamento esecutivo è carente, non lascia spazio per percepire se stessi, per elaborare ciò che sta accadendo, per imparare o per risolvere i problemi.
    • Lo Yoga è un percorso di sviluppo della capacità di concentrarsi su un solo oggetto per un tempo definito, è un percorso di auto-percezione e di autocontrollo. Quest’ultimo è spesso carente nelle persone nello spettro. L’approccio vinyāsa, che si avvale di esercizi ripetitivi in cui è richiesta la coordinazione tra un respiro ampio e un movimento lento, sviluppa grande capacità di essere ‘qui ed ora’ e di dare priorità ai propri pensieri e obiettivi.
  3. Sfide Sensoriali. Una delle caratteristiche distintive dell’essere autistici è che il sistema sensoriale funziona in modo differente. Spesso i rumori sono troppo forti, la luce è troppo luminosa e la persona può essere disturbata da determinati odori, sapori e sensazioni tattili. Avere un sistema sensoriale diverso può anche influenzare la capacità della persona di registrare dolore e temperatura.
    • La padronanza della pratica e tapas, ci insegnano i testi, portano a superare la dualità caldo-freddo, fame-sete, ecc. La pratica aiuta a superare la distrazione causata dagli stimoli esterni attraverso l’attivazione dello stato di pratyāhāra. D’altro canto, l’aumentata capacità enterocettiva può insegnare a percepire se l’esercizio fisico sta oltrepassando i limiti corporei mettendo a rischio la struttura muscolo-scheletrica.
  4. Gli altri. La ricerca dice che oltre il 90% degli adolescenti autistici ha subito rifiuto – o peggio – da parte dei coetanei, e preferisce evitare le persone per stare al sicuro, ma siamo esseri umani e abbiamo bisogno di persone nella vita. “Sceglierei di stare da solo, ma non sopporto la solitudine” è una frase che può risuonare in persone nello spettro.
    • La pratica di gruppo offre la possibilità di essere ‘soli e insieme’ allo stesso tempo. Si divide lo spazio e il tempo con persone che si percepiscono simili e in un ambiente non ostile.
  5. Empatia cognitiva. Le persone autistiche faticano a leggere le altre persone, a dedurre le loro aspettative e intenzioni. Questo problema, è legato all’empatia cognitiva (“teoria della mente”) e si riflette direttamente nelle problematiche del punto precedente. Le persone autistiche non mancano di empatia, anzi di solito hanno una grande capacità di empatia affettiva. Tuttavia, fanno fatica negli aspetti di empatia cognitiva, e questo problema va in entrambe le direzioni: le persone autistiche non capiscono le persone neurotipiche e le persone neurotipiche non capiscono le persone autistiche, con grande sconforto su entrambi i lati.
    • La pratica assidua dello Yoga porta alle siddhi, i cosiddetti ‘poteri speciali’. Tra queste c’è la capacità di diventare estremamente acuti e leggere il pensiero degli altri, la capacità di comprendere il linguaggio oltre i preconcetti. Questo affinarsi della percezione dell’altro può aiutare a gestire le relazioni interpersonali.
  6. Pensare troppo. A causa di problemi sia con la confusione sociale che con il funzionamento esecutivo, la persona autistica tende a pensare troppo come meccanismo di gestione dei problemi. Utilizzare le capacità intellettive per superare i problemi è un’abilità è molto preziosa, ma quando è abusata viene chiamata pensiero eccessivo. Sono le ‘ruminazioni’.
    • La definizione stessa di Yoga è cittavṛtti nirodha, arresto delle proiezioni mentali. La pratica dello Yoga porta ad un allentarsi del pensiero, sfruttando in modo eminente l’esercizio respiratorio per raggiungere uno stato di stasi sia respiratoria che mentale (“dove va il respiro va la mente, dove va la mente va il respiro”, recita l’Haṭha Yoga Pradīpikā).
  7. Empatia affettiva. Con l’empatia affettiva la persona sente il disagio emotivo dell’altro come se fosse il proprio. La persona può non essere in grado di descrivere quell’angoscia, o perché l’angoscia si stia verificando, ma la sente come propria. Molte persone autistiche sperimentano il dolore di altre persone più intensamente di quanto facciano le persone neurotipiche.
    • Lo Yoga (e il buddhismo) si occupa molto di empatia affettiva. Invita la persona a comprendere ed empatizzare con la sofferenza altrui, addirittura come pratica meditativa nel sūtra I.33 conosciuto per le parole iniziali del verso, maitrī karuṇā. Al contempo invita anche a sviluppare capacità di distacco, vairāgya, termine che non va ovviamente confuso con freddezza, ma che aiuta il praticante a gestire il coinvolgimento emotivo troppo forte.
  8. Alessitimia. La parola significa letteralmente “a” – mancanza di, “lexi” – parole per “thymia” – emozioni. L’alessitimia include anche la difficoltà a percepire le sensazioni corporee associate alle emozioni e problemi con l’enterocezione. Non essere in grado di rilevare i primi segni di un’emozione, o trovare le parole per quell’emozione, rende molto difficile gestirla.
    • Lo Yoga è una pratica di auto-osservazione a livello sia grossolano (tangibile) che sottile (emotivo). L’esercizio di āsana crea situazioni differenti per il corpo e stimolando reazioni emotive diverse, anche avverse, insegna ad osservarle e gestirle, fino ad arrivare appunto a saper riconoscere in anticipo quanto accade in sé ed operare un distacco ‘terapeutico’. Questo distacco può anche essere riconoscere quando l’esercizio praticato può essere inadatto o troppo spinto.
  9. Profilo di apprendimento diverso. Le persone nello spettro spesso mostrano grande variabilità a livello di apprendimento cognitivo. Hanno grandi punti di forza ma anche aree di grande difficoltà. Avere un profilo di apprendimento irregolare può essere molto impegnativo in tutti i contesti, incluse le situazioni sociali.
    • Lo Yoga come pratica di auto-osservazione e di focalizzazione può aiutare a concentrarsi anche su obiettivi dove le proprie capacità cognitive non eccellono, ma soprattutto insegna ad adottare un atteggiamento equanime verso le proprie difficoltà.
  10. Trauma. Le persone autistiche hanno maggiori probabilità di sperimentare eventi traumatici e hanno maggiori probabilità di avere una reazione traumatica da stress.
    • È evidente che una situazione di stress post-traumatico (PTSD) va affrontata a livello di terapia professionale, ma imparare ad osservare le proprie reazioni e ad esercitare equanimità e distacco sono effetti del percorso yoga che possono essere di supporto. In questo caso, sarebbe bene cercare insegnanti preparati a gestire situazioni particolari ed essere seguiti personalmente.

È evidente che i punti elencati possono toccare anche persone non nello spettro autistico! Semplicemente, la persona nello spettro autistico tende a mostrare compresenza di questi ed altri tratti.

Oltre a far passare il mal di schiena, la pratica Yoga ha effetti considerevoli in moltissimi aspetti della sofferenza, anzi è nata proprio come percorso per alleviare la sofferenza esistenziale.

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Yogin, creature atipiche?

Il mio sentire ha un nome. Sono perfettamente consapevole che ogni volta che attribuiamo un nome a qualcosa e che la facciamo nostra, creiamo un legame emozionale con l’oggetto, ma come molte persone diagnosticate in età adulta, ho riesaminato la mia vita alla luce della scoperta che il mio modo di funzionare trova una spiegazione nello spettro autistico.

È stato un esercizio interessante, sia nei confronti di me stessa che nei confronti degli altri. Sono sempre la stessa, eppure la ‘rivelazione’ ha provocato reazioni in me stessa e negli altri che mi hanno talvolta sorpreso.

Ovviamente non ho potuto fare altro che concludere: “come ho fatto a non scoprirlo prima?”. Qualcuno lo aveva capito prima di me, in effetti.

Proseguendo nella carrellata della vita sono arrivata al momento in cui ho scelto di praticare, e poi di insegnare, Yoga.

Uno dei principali motivi per cui lo Yoga mi è stato immediatamente congeniale è l’idea che il corpo-mente che ci caratterizza in questa vita, su questa terra, altro non sia che un evento transitorio, che nulla ha a che vedere con chi siamo veramente, ma che è al contempo fondamentale.

Che se facciamo silenzio e ascoltiamo con attenzione possiamo percepire un richiamo in sottofondo, la pulsione verso qualcosa di indefinito, di ‘oltre’.

In quello che può apparire un paradosso, la disciplina dello Yoga sceglie di utilizzare proprio il corpo-mente per comprenderne la transitorietà. Ci insegna che è questo strumento è funzionale alla rivelazione che c’è ‘altro, oltre’.

Muovermi, da sempre, mi aiuta a creare, a pensare, a concentrarmi.

Il secondo motivo per cui ho trovato questa disciplina congeniale è che le filosofie indiane sembrano nutrirsi di classificazioni.

Analizzare, classificare, incasellare – anche troppo rigidamente talvolta, mi aiuta a darmi un senso di direzione, di sicurezza, nel marasma della vita.

Nel mio lungo rimuginare sono però arrivata ad un’altra ipotesi sul perché lo Yoga mi sia stato così immediatamente vicino ed è di questo in realtà che voglio parlare. Oggi non parlerò di come il respiro regolare aiuti a placare i fantasmi della mente, ma di come a mio parere si possano trovare forti correlazioni tra il funzionamento neurologico dello spettro autistico e la mente yogica.

Con questo non voglio ovviamente dire che Patañjali fosse autistico ma non posso fare a meno di pensare che questa disciplina fortemente introspettiva abbia caratteristiche che si sovrappongono a quelle dello spettro autistico. Come sono giunta a questo pensiero?

Ho pensato a come i tratti caratteristici di tanta parte della pratica (penso a tapas; al mio considerare āsana come tapas nell’accezione contemporanea di una pratica spesso non esplicitamente meditativa; alle mudrā) richiamino in maniera forte quello che viene definito stimming – l’uso del corpo e della gestualità per facilitare la concentrazione, gesti speciali eseguiti in un approccio quasi ritualistico.

Ho pensato a come tanti praticanti yoga sembrino avere una percezione alterata del dolore, e come questo porti talvolta a farsi male (tanto che qualcuno ha scritto una serie di articoli sull’argomento – con svariate interpretazioni), e che la percezione alterata del dolore è un tratto neurologico che spesso accompagna l’autismo.

Ho pensato che tanti praticanti di yoga sono iper-mobili spesso anche a livello patologico, e a come ci sia spesso co-occorrenza tra disordini del tessuto connettivo e autismo. Questa considerazione ovviamente si applica alle pratiche più orientate verso un uso intensivo del corpo, ma tant’è.

Ho pensato a ekāgratā – la mente focalizzata su un solo oggetto – e la capacità di focalizzarsi in maniera quasi maniacale sull’oggetto di interesse (il cosiddetto ‘interesse assorbente’…) che caratterizza molte persone nello spettro.

Ho pensato ai consigli rivolti dai testi ai praticanti di yoga – per esempio quello di evitare di perdere tempo in chiacchiere, di mantenere una dieta moderata e attenta – e al bisogno di silenzio e solitudine e al comportamento alimentare particolare che spesso caratterizzano le persone nello spettro.

Ho pensato a come lo yoga non risuoni in tutti, che chi fa yoga spesso si sente diverso dagli altri, ha una ristretta cerchia di amici come spesso le persone nello spettro, persegue interessi particolari con grandissima disciplina.

Dolorosamente consapevole che ogni etichetta è un ostacolo se le attribuiamo un valore emozionale, vedo però tante sovrapposizioni e co-occorrenze tra la mente autistica e la mente yogica. Lo Yoga e la scienza ci insegnano che due teorie sono compatibili fintanto che non entrano in contraddizione, e non mi sembra di averne trovate, per ora.

Potrei naturalmente sbagliarmi ed essermi ‘innamorata’ di questa idea che mi valida, mi rassicura e che ora, dal punto di vista dello Yoga, ha creato un vincolo…

Se leggendo vi è venuta voglia di discuterne, scrivetemi.

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L’annus horribilis e abhiniveśa

È davvero tanto tempo che non scrivo, troppo in realtà. Non so bene perché. Forse la sbornia post-traduzione del libro sugli Yoga Sūtra di Edwin Bryant mi ha lasciato stremata e troppo ubriaca di parole, o forse ho cominciato a pensare che sia meglio stare zitti, in generale e se non si crede di aver nulla di nuovo da dire.

E ultimamente sullo Yoga c’è davvero tanto di detto, di scritto, di fatto. Alcune cose appaiono nuove, molte sono trite e ritrite, alcune utili, altre molto meno utili, penso anche solo alle polemiche sull’appropriazione culturale, sul consumismo dello Yoga, su cosa è Yoga e cosa no… le solite solfe che a dire il vero mi hanno un po’ stancato – soprattutto perché ormai troppi si ergono a giudici solo per aver studiato qualche sproloquio accademico.

Ma volevo parlare di altro, volevo parlare di un sūtra che quest’anno ho sentito molto presente – è il II.9, che recita:

svarasa-vāhī viduṣaḥ-api samārūḍhaḥ-abhiniveśaḥ

L’attaccamento alla vita è una tendenza innata, che affligge anche i saggi

Questo 2020 è stato un annus horribilis e la paura della morte (un altro modo in cui il termine abhiniveśaḥ si trova spesso tradotto) è stata una presenza emotiva molto presente per tantissimi, che si è spesso concretizzata nella preoccupazione e anche nella perdita di persone care. Ma a parte la morte fisica, molti di noi si sono trovati in una situazione economica estremamente incerta, con difficoltà concrete nel presente e l’impossibilità di guardare serenamente al futuro. E questo altro tipo di ‘morte’ – la morte della propria attività lavorativa, con tutte le conseguenze che può avere a livello personale, familiare e sociale, è forse anche più forte nel suo impatto che non la paura della morte fisica.

Inevitabilmente mi sono trovata a pensare alla possibile morte del mio piccolo Studio. Un pensiero-tarlo, che come spesso accade, erode serenità, erode energie, erode creatività e fiducia. So di non essere sola, tanti insegnanti come me sono nella stessa situazione.

La pratica aiuta a recuperare il senso dell’importanza delle cose e a mettere a fuoco la realtà oggettiva, che è necessariamente impermanente, covid-19 o meno.

Ma come dice Patañjali, la paura della morte colpisce anche i più saggi. È il kleśa più subdolo. Non è (solo) il prendere lucciole per lanterne di avidyā; non è (solo) il riportare tutto al proprio piccolo mondo di asmitā; non è (solo) il circolo vizioso fatto del desiderio del piacevole, del nuovo, del futuro di rāga e dall’avversione per le cose sgradevoli, difficili, superate, di dveśa; è tutto questo e anche di più. L’attaccamento alla vita distilla in sé gli altri kleśa, allo stesso modo in cui avidyā li anticipa.

La pratica, con la circolarità di abhyāsa – vairāgya impegno e distacco, movimento a decrescere opposto al movimento in crescendo indotto dai kleśa, aiuta a recuperare il silenzio che induce alla serenità, all’energia, alla creatività e alla fiducia. Aiuta a recuperare la visione di ciò che è profondamente eterno, che si trova oltre l’impermanenza del presente.

L’attaccamento alla vita è una tendenza innata, che affligge anche i saggi – non mi sento poi così saggia e le bollette bisogna pagarle 😉 – ma non credo che vi bombarderò di pubblicità. Cercherò di inventarmi qualcosa di meno fastidioso per convincervi a praticare con me. Vedremo cosa porterà il 2021.

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Elogio della fuga.

Con una cara amica si parlava. Di noi, di yoga, di scienza, di cibo, del più e del meno, di tutto e di più.

La mia amica sta affrontando un periodo difficile, sia lavorativo che fisico. In entrambi i casi si sente sotto ricatto. Al lavoro, per via di politiche che la vorrebbero complice di azioni che non ritiene giuste, ma dove il sottrarsi alla complicità potrebbe avere un impatto negativo sulla progressione di ruolo. Nel corpo, perché si rende conto che praticare attività fisica nelle modalità che le sono familiari potrebbe compromettere la sua salute.

In entrambi i casi, sta valutando la fuga. Altre possibilità lavorative, e rinunciare a praticare per non cambiare l’approccio con cui si mette in relazione con il proprio corpo.

Avendo riconosciuto in sé questa tendenza, non le pare di doverla assecondare.

Scappare non è mai una soluzione, si dice… ma sarà vero? È proprio vero che scappare è da vigliacchi, e che bisogna farsi forza, trovare una strategia per resistere?

Se pensiamo alle tre qualità della materia (e quindi della nostra mente), lo stato a cui vogliamo tendere è quello di sattva, una calma lucida e serena. Le altre qualità, di movimento-irrequietezza (rajas) e inerzia-pesantezza (tamas) non possono mai essere eliminate completamente, ma cerchiamo di limitarne l’impatto.

Restare a lavorare in un posto che ci opprime crea scontento e negatività. Lo so per esperienza personale. Hai voglia a farti il lavaggio del cervello e pensare agli aspetti positivi legati al rimanere, quando ogni mattina ti alzi scontento e rivedere le stesse facce ti fa andare tutto di traverso. È un’oscillazione continua tra rajas e tamas, di sattva manco a parlarne.

Ma se cambiare lavoro (ammesso di riuscirci) ci riportasse in uno stato di quiete, non sarebbe un’opzione da privilegiare, anziché vedere questa scelta come una fuga?

È ovvio che occorre analizzare le cause della crisi, per evitare di ricrearle nel nuovo lavoro, anche perché si è sempre parte in causa, con proprie personalissime responsabilità, che spesso tornano a fare capolino quando meno te lo aspetti.

Ma l’orgoglio è un grande nemico. Non fa altro che riproporci schemi che spesso non ci appartengono, che si plasmano su quello che noi pensiamo debba (!) essere il nostro ruolo di fronte agli altri, ma che spesso ha poco a che vedere con quello che noi pensiamo veramente di noi stessi.

Avete mai visto un bambino che casca in terra e nessuno lo guarda? Si rialza e procede. Ma se c’è qualcun altro in giro, spesso la reazione alla caduta è completamente diversa.

Inoltre, una volta ammessa la possibilità che ‘fuggire’ sia un’opzione più che lecita, potrebbe anche succedere che la mente si schiarisca, come per magia. Essersi lasciata aperta una possibilità, anziché negarla a priori, può aiutare a valutare con maggior serenità quale è davvero la scelta giusta per noi.

 

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Principiante o avanzato? La Taittirīya Upanishad.

Le Upanishad sono antichissimi testi indiani. Racchiudono l’essenza dei Veda in forma di poemi e storie su cui meditare. Attraverso la loro lettura e la meditazione su quanto esposto, ci aiutano a giungere alla consapevolezza che la nostra coscienza individuale altro non è che la coscienza dell’intero universo.

Una delle Upanishad classiche, la Taittirīya, che si pensa risalire al VI secolo aC, descrive un  modello di cinque involucri, che assumendo la nostra forma avvolgono l’anima, che risiede, secondo queste antiche conoscenze, in una caverna in fondo al cuore.

Gli involucri sono come matrioske, e divengono sempre più sottili via via che si penetra negli strati più profondi.

Noi siamo, e contemporaneamente non siamo, questi involucri. Lo siamo in quanto gli involucri sono creazione della coscienza universale, non lo siamo perché la nostra vera essenza è, a ben vedere, pura coscienza.

Il primo involucro è fatto di cibo, dal cibo nasciamo, con il cibo viviamo, cibo diventiamo.

Il secondo involucro è fatto di respiro. Con il respiro nasciamo, con il respiro viviamo, ed è l’ultimo respiro che traiamo a terminare la nostra vita sulla terra.

Il terzo involucro è costituito dalla mente. La mente crea, nutre, ma può distruggere.

Il quarto involucro è la conoscenza intuitiva, che nasce dall’intelligenza discriminativa. Essa guida le nostre azioni corrette ed è rappresentata dallo yoga.

Il quinto involucro è quello della gioia pura, senza bramosia, resa stabile dalla consapevolezza di essere parte della coscienza universale. Questo involucro contiene anche altre emozioni, ma il percorso di consapevolezza fa sì che le emozioni che detraggono dalla gioia svaniscano, una volta raggiunta la realizzazione dello spazio infinito che conteniamo e al contempo siamo.

I cinque involucri sono interconnessi, e come sappiamo, non è possibile agire solo su un involucro in maniera completamente isolata. Ritroviamo già, in questi poemi, tutta la conoscenza psicosomatica attuale. Se proviamo imbarazzo arrossiamo, se muoviamo il corpo velocemente il respiro si affanna, se abbiamo pensieri negativi, è meno facile che le nostre azioni siano corrette. Viceversa una dieta leggera ma nutriente promuove pensieri sereni e un senso di gioia, il respiro fluido e profondo promuove la quiete mentale, lasciando spazio all’intuizione, per esempio.

Chi si avvicina allo yoga, spesso domanda all’insegnante a quale lezioni potrà partecipare. Ci sono corsi per principianti? Ci si può inserire in un corso avanzato, avendo già praticato altrove?

Ma se torniamo al modello dei cinque involucri, ci rendiamo immediatamente conto che potremmo essere perfettamente in grado di contorcerci come un elastico, ma la nostra mente potrebbe essere estremamente confusa. Potremmo avere una paralisi agli arti inferiori e aver raggiunto una serenità che guida pensieri, parole e azioni corrette.

Allora, cosa vuol dire principiante? Cosa vuol dire ‘praticante avanzato’? Siamo sicuri che i modelli a cui facciamo riferimento, spesso mutuati da riviste patinate che ci trasmettono immagini di corpi e poco altro, siano davvero utili al raggiungimento dello stato di quiete serena, di apertura di uno spazio infinito, silenzioso, trasparente e luminoso che è lo scopo ultimo della pratica dello Yoga?

E… le lezioni di yoga che seguiamo, ci aiutano a penetrare attraverso i diversi involucri, o si fermano all’involucro fatto di cibo?

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Pratichiamo Yoga per uscire dal film che la nostra mente proietta e poi…

Stamattina nella mia casella di posta c’era un nuovo messaggio, tra i vari, che mi ha proprio lasciata perplessa, anche se – purtroppo – non sorpresa.

Un messaggio del KHYF, il braccio – inizialmente – del KYM Krishnamacharya Yoga Mandiram orientato alla didattica verso gli studenti stranieri. Il KHYF come organizzazione morì dopo vari passi falsi ma fu presto risuscitata, in veste accattivante sotto il nome di SKY e poi nuovamente di KHYF, con un colpo di spugna sul passato, da Kausthub Desikachar, figlio di TKV e autoproclamato erede della tradizione. Ora KYM e KHYF non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro, pare.

Il messaggio annunciava, dopo un bel preambolo sul significato della parola viniyoga, il fatto che il KHYF avrebbe ora protetto il termine con un marchio registrato: Viniyoga registered.

A parte il fatto che se non erro questo ridicolo passo è già stato fatto parecchi anni fa almeno negli Stati Uniti, da Gary Kraftsow con il suo American Viniyoga Institute (https://www.viniyoga.com/about/what-is-viniyoga/), e quindi mi domando come possa ora il KHYF vantare qualche priorità sul ‘marchio’.

A parte il fatto che se anche così non fosse, il termine è utilizzato da anni, nello stesso senso, nel mondo della pratica yoga, e quindi dubito che una lettera di tipo ‘Cease and Desist’ possa avere un qualche seguito reale.

A parte il fatto che proprio l’utilizzo del termine (che significa, in essenza, ‘applicazione progressiva’) senza un predicato ma come parola a sé, autonoma, causò molta sofferenza a TVK Desikachar, tanto che chiese ai suoi allievi di non utilizzarlo, proprio per evitare di trasformare una applicazione dello yoga personalizzata e progressiva in un marchio di fabbrica standardizzato, e quindi questo passo da parte del KHYF offende proprio violentemente la memoria del Maestro.

A parte tutto, io ora mi domando… pratichiamo Yoga per limitare al massimo i nostri film mentali, le nostre rappresentazioni della realtà, per imparare a tornare a citi-śakti, all’essenza, abbandonando nama-rūpa, nome e forma, e questi si aggrappano a un nome? E dovremmo andare a scuola da loro?

 

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Mūla Bandha – non tutto è oro quel che luccica ovvero il troppo stroppia

Ho deciso di scrivere questo post perché, sulla base di alcune esperienze personali, penso sia importante ridimensionare l’enfasi su mūla bandha che così spesso troviamo nelle diramazioni dello Yoga di Krishnamacharya.

Nei testi di Krishnamacharya, Yoga Makaranda I, II e Yogāsanagalu troviamo indicazioni per la pratica di mūla bandha e uddiyana bandha rispettivamente come contrazione del basso addome verso la colonna, e contrazione e spinta verso l’alto del basso addome. Mūla bandha andrebbe mantenuta per tutto il corso degli esercizi di prānāyāma, secondo questi testi.

In altri testi troviamo, nelle istruzioni per mūla bandha la contrazione del perineo, e in altri ancora viene specificato che si sta parlando del pavimento pelvico, che viene contratto e ‘sollevato.’

Non voglio ora soffermarmi sulla funzione esoterica di questi bandha nella fisiologia sottile dello yoga, avvicinare prāna e āpana, incanalare il flusso di prāṇa all’interno di suṣumṇā nāḍī, ma piuttosto sul fatto che si tratta di procedimenti molto più ‘sottili’- non sono semplici contrazioni muscolari.

In pratica però partiamo tutti o quasi dal ‘grossolano’ e le nostre prime esperienze sono quasi sempre a livello del corpo fisico. Solo quando abbiamo acquisito maggiore dimestichezza con il corpo fisico, riusciamo a modulare il lavoro profondo e portarlo a una qualità che è più mentale che fisica.

Come molti praticanti delle diramazioni più forti degli insegnamenti di Krishnamacharya sanno, l’applicazione di mūla bandha è incoraggiata nella pratica di quasi tutti gli āsana (mentre per Krishmanacharya era da praticarsi solo in quegli āsana che possono essere anche mudrā, come śirṣasāna, sarvangāsana, baddhakonāsana, per esempio, e ovviamente i mudrā veri e propri come mahāmudrā, per esempio). L’utilizzo di mūla bandha e uddiyana bandha è incoraggiato anche durante il movimento nel vinyāsa, perché la respirazione ujjayi permette di acquisire forza e flessibilità in questi movimenti isotonici.

Allora dove è il problema? Se facciamo una ricerca su google con parole chiave come yoga + mula/mūla/moola bandha + problem(a), troviamo che anzi! queste pratiche risolvono un sacco di problemi, prolasso degli organi interni, aiutano a mantenerne il tono, li massaggiano ecc.

[Incidentalmente, non è facile trovare articoli in cui si dica che lo yoga crea problemi, figuriamoci! Chi osa suggerirlo viene spesso tacciato di essere un cattivo praticante, di non aver superato gli ostacoli dell’ego, di non applicare ahiṁsā.]

Ma la muscolatura del pavimento pelvico è tonica, lenta nel contrarsi e altrettanto lenta, se non di più, nel rilassarsi. Questo vuol dire che, se esercitata a sufficienza e in modo costante, può tendere all’ipertonicità.

E come una mia allieva, fisioterapista specializzata in pavimento pelvico, mi spiega, nelle donne in età fertile, (e negli uomini), l’ipertonicità del pavimento pelvico è causa della maggior parte dei problemi che spesso invece si attribuiscono a una sua debolezza. Uretriti/prostatiti, vaginismo/dispareunia, frequenza/dolore nella minzione, dolori alla schiena, chi più ne ha ne metta in quell’area, sono spesso e volentieri legati al troppo lavoro del pavimento pelvico, anziché al troppo poco. Complice la tensione nervosa che si accumula nella frenetica vita quotidiana.

Quindi? Ben venga mūla bandha, ma lasciamo a questi poveri muscoli il tempo di rilassarsi, che è tendenzialmente il doppio-triplo del tempo che impieghiamo a contrarli.

Oltre al respiro ujjayi, quindi, introduciamo nelle pratiche formali di respirazione un’osservazione del movimento pelvico, impariamo a respirare anche con questo diaframma (eh sì, il pavimento pelvico è un diaframma) e lasciamolo espandere, irrorare di sangue, riscaldarsi, anche se la sensazione può essere quella, singolare e un po’ imbarazzante, di perdere il controllo delle parti intime.

Qui sotto trovate un paio di articoli in inglese sull’argomento, al momento non ho trovato nulla in italiano nel campo dello yoga, altro motivo per scrivere questo post.

https://yogainternational.com/article/view/lost-in-translation-is-mulabandha-relevant-for-modern-yogis

http://www.harrogateyoga.com/mula-bandha-is-good-for-you-right/

Addendum: con parole chiavi differenti salta fuori questo: https://www.alessandragraziottin.it/it/articoli.php/Yoga-per-i-muscoli-pelvici-Si-ma-con-giudizio?EW_FATHER=10276&ART_TYPE=AOGGI

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Ruminazioni, meditazione e pulizie mentali

A un esperto di meditazione questo post apparirà forse banale e magari pure ridicolo, ma voglio buttare giù un po’ di osservazioni.

Io sono una di quelle persone la cui mente non riposa mai, per questo forse lo yoga mi ha preso così tanto. Ho energia da vendere, che va incanalata nella giusta maniera, evitando accuratamente qualsiasi possibilità di creare competizione. Devo tenermi occupata per stare lontano dai guai, in pratica.

Perché non mi interessa vincere, ma odio perdere. Non mi interessa aver ragione, ma odio non essere ascoltata.

Lo yoga mi ha permesso di usare il corpo per riordinare le mie energie, trasformarle in una versione più limpida. Per fortuna ho trovato un metodo che, usando il respiro in maniera intelligente, funziona molto bene a questo scopo. Qui ho spiegato un po’ come funzionano le cose. Una volta che le energie sono incanalate, la mente riesce a stabilizzarsi. Per poco, ma si stabilizza.

Allora, si potrebbe dire, basta tenersi occupati per poter fermare la mente? Tornando al discorso delle ruminazioni e delle meditazioni, ho scoperto che no. E forse le mie osservazioni sul campo trovano un qualche riscontro nelle diverse pratiche meditative.

Allora ho notato che, almeno nel mio caso, diversi tipi di attività psicofisica ordinaria sono associati a stati mentali diversi.

Le attività che richiedono molta attenzione (per esempio lavorare in laboratorio, cucinare, cucire) hanno un effetto calmante.  La mente è focalizzata completamente sull’attività e gradualmente si assorbe in essa, sgombrando il campo da tutti gli altri stimoli. Il risultato è quello di raggiungere uno stato di calma serena e lucida. È a tutti gli effetti una meditazione.

Le attività che coinvolgono il corpo ma sono piuttosto facili a livello intellettuale (per esempio togliere le erbacce, passare l’aspirapolvere) hanno al contrario l’effetto di generare ruminazioni indescrivibili. È come se la mente si sgombrasse, ma solo per lasciare spazio al rigurgito di impressioni registrate nel passato, e mai mai mai che questi rigurgiti siano memorie piacevoli. Si ripete un film già visto che non smette di essere proiettato. Lasciar scorrere i pensieri e osservarli va bene, anzi è uno degli approcci della mindfulness, ma ci si accorge che in effetti questo ‘lasciar scorrere’ può causare problemi senza un metodo. All’inizio, quando ho cominciato a osservare queste ruminazioni ricorrenti, mi demoralizzavo tantissimo. Ma come, mi dicevo, riesco a concentrarmi così bene durante la mia pratica yoga, o mentre lavoro, sono così serena dopo aver usato corpo respiro e focalizzazione, e poi basta un po’ di gramigna a innescare la bomba? Poi ho cominciato a divertirmi, se così si può dire. Vado nell’orto, mi metto i guanti, comincio a separare erbe da erbacce e aspetto. 3…2…1 via! Eccole, le ruminazioni. E come forse direbbe qualche buddhista, si tratta a tutti gli effetti di pensieri istantanei. Da uno si passa ad un altro, anche se il tema ricorrente è uno, l’incomprensione, il rapporto umano problematico, la gestione delle emozioni, situazioni irrisolte Ma da quando ho imparato ad accettare la replica infinita del film, le sessioni sono quasi piacevoli.

Anzi come dice un mio amico, queste ruminazioni hanno una loro utilità. Ti riportano a problematiche irrisolte e ti danno la possibilità di agire al proposito, non di impulso ma dopo riflessione. Magari con l’aiuto di una pratica yoga seguita da una concentrazione/meditazione più formale, o il dialogo con una persona che ti conosce a fondo, nel bene e nel male.

In breve, non possiamo imbrigliare il pensiero che sorge spontaneo, ma possiamo lavorare sulla parte di noi che di quel pensiero si appropria. Se si introduce un respiro regolare in questa equazione, ovvero se si introduce per così dire un ritmo nell’insorgere dei pensieri, la mente si riordina. Anzi dirò di più, spesso il respiro regolare proprio annulla l’insorgere delle ruminazioni. A questo proposito si potrebbe obiettare che la pratica della mindfulness basata sul respiro non fa altro che mascherare le problematiche, che prima o poi si ripresenteranno?

Non ho una risposta. Devono passare ancora molte stagioni nell’orto, prima di trovarla, penso.

In sintesi comunque, la mia strategia è diventata:

  • creare l’opportunità di generare ruminazioni
  • osservarle e prendere nota
  • incanalare le energie negative in una pratica yoga formale
  • agire come suggerito dalla mente ripulita
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Il respiro del prānāyāma nell’āsana non meditativa. Di-vertimento e Yoga.

Recentemente mi hanno chiesto come mai dò tanta attenzione al respiro, come mai le pratiche sono poco ‘complesse’. È una buona domanda, perché la mia pratica sta cambiando e di conseguenza anche – inevitabilmente, è inutile che ce la raccontiamo – alcune delle pratiche che propongo ai miei allievi.

Ho già detto che non seguo molti blog, ma uno, quello del mio amico Anthony meglio noto come Grimmly, è un altro dei pochi. Non leggo sempre tutto quello che scrive – i post spesso sono lunghissimi, pieni di riferimenti a post precedenti e diramazioni di progetti in corso – ma seguo il suo percorso perché in qualche modo lo sento molto simile al mio.

Abbiamo entrambi scoperto tardi la pratica dello yoga, e più o meno in contemporanea; abbiamo iniziato da totali autodidatti e siamo rimasti grandi sperimentatori autonomi, anche ora che abbiamo trovato maestri che ci guidano nel percorso. Entrambi abbiamo un passato di pratica ashtānga vinyāsa (lui per più tempo di me e in maniera molto più approfondita) passando per il vinyāsa krama ‘di’ Ramaswami. Io ci aggiungo ovviamente l’influenza fondamentale degli insegnamenti di TKV Desikachar ricevuti durante il mio percorso di formazione e post-formazione, che guidano le mie pratiche in maniera più o meno percepibile dall’esterno (ma sempre presenti nel cuore), e le esperienze rivelatorie derivanti dall’esperienza con TK Sribhashyam, che sto cercando di comprendere meglio. Insomma l’intera galassia di T Krishnamacharya informa la nostra pratica, nelle sue diverse sfaccettature (le 57 facce del brillante sono pur sempre facce dello stesso diamante!)

Ultimamente Anthony si è fissato sull’idea che un āsana semplice possa essere trasformato in avanzato semplicemente cambiando il modo in cui lo si pratica. Non posso fare altro che concordare, del resto sta proprio qui la raffinatezza delle pratiche ‘viniyoga’, anche se i non addetti ai lavori pensano che si tratti di roba per nonnette.

In effetti però è vero che talvolta non sfruttiamo al massimo la possibilità di lavorare su āsana accessibili. Spesso confondiamo ‘avanzato’ con ‘fisicamente poco accessibile’, facciamo una gran fatica e ci dimentichiamo dello scopo ultimo della pratica, quella di focalizzarci all’interno.

Spesso gonfiamo quella che – a mio parere -dovrebbe essere la parte preparatoria di una pratica fino a riempire tutto lo spazio-tempo che abbiamo a disposizione. E poi non rimane più tempo per il resto. Che invece dovrebbe occupare più spazio-tempo. Che serve la parte preparatoria? Un paio di cose: 1. mantenere il mio corpo in uno stato di buona salute. La varietà di movimenti possibili ovviamente dipende da chi sono e dovrei cercare di mantenerla, di non perderla e magari di aumentarla – ma solo se questo è possibile senza introdurre sofferenza: heyaṁ duḥkham anāgatam ci dice Patañjali, la sofferenza futura deve essere evitata; 2. incanalare energie in eccesso invece di dissiparle – rajas non deve fare spazio a tamas ma a sattva. Ma oltre questo, il suo perché si esaurisce, fare di più rimane un divertimento. Piacevole, come tutti i divertimenti, ma di-vertente. La mente non verge più verso uno stato focalizzato ma continua a disperdersi nei mille movimenti dei mille vinyāsa possibili. Se sono buon medico di me stesso capirò quando ho fatto abbastanza. Ma l’autodiagnosi comporta sempre dei rischi. E allora confrontarsi con l’insegnante può essere molto importante.

Cercare di portare l’attenzione sugli aspetti interni e meditativi fino dall’inizio della pratica, limitare il di-vertimento, può essere utile. Al solito, il respiro viene in soccorso in questo approccio. E come potrebbe non farlo, visto che stiamo parlando di vinyāsa? Entra in gioco un respiro che non semplicemente guida e informa il movimento, ma lavora in modo profondo ed esploratorio in ognuna delle posizioni che assumiamo, un prānāyāma che accompagna nella pratica.

Possiamo lavorare su espiro, inspiro, interruzioni. Fasi respiratorie estese. Profonde. Usare il corpo che respira come l’oggetto grossolano della meditazione. Poi lasciare che il respiro si assottigli e scompaia, portando lo sguardo interno verso l’ombelico, la gola, le sopracciglia, l’orizzonte.. secondo la posizione e l’effetto che vogliamo ottenere. Si apre un mondo diverso, infinito, sottile.

Ultimamente sto sperimentando questa tecnica: verifico la fattibilità di una posizione con un paio di vinyāsa, poi ci ‘entro’ e lì eseguo una serie di respiri estesi e profondi, includendo kumbhaka se possibile. In questa fase l’attenzione è volta all’atto respiratorio, al corpo che respira, al respiro che si fa corpo. Poi – quando, per dirla brutalmente, il sangue si è ossigenato a sufficienza e l’ossigeno nutre e chiarifica la mente – abbandono il respiro profondo e lascio che il sistema entri in uno stato di non-respiro, lo sguardo interno fisso su un punto vitale. Entro nella fase di movimento-non movimento e ci resto fino a che il corpo nuovamente mi richiama verso l’esterno.

Cale Vāte Calaṃ Cittam dice l’ Haṭha Yoga Pradīpikā. Così il respiro, così la mente.

È un metodo molto potente, anche se sono semplicemente in dvipadapitham.

E per nulla noioso, anche se non di-vertente.

 

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Il cinema della vita e lo yoga

Non seguo molti blog, non seguo molti blog di yoga, soprattutto italiani. Per abitudine, credo.

Ma una ragazza, Francesca Proia, scrive molto bene, centrando spesso punti importanti della pratica più profonda, quella che va oltre l’angolo che un piede deve assumere rispetto all’altro in virabhadrāsana. Il suo ultimo post (link in fondo) mi ha fatto pensare e qui trovate una piccola ulteriore riflessione.


Credo che ci possa essere in tutti noi, almeno all’inizio, un’idea incorretta del potenziale salvifico dello yoga.
Dopo una lezione di yoga ci sentiamo bene. Sciolti ma tonici, all’erta ma sereni. Non è incongruo pensare che questo benessere si possa estendere alla vita – e difatti spesso è così – ma spesso facciamo un grosso errore.

Pensiamo che lo Yoga farà scomparire i nostri problemi, che sono legati a nonvederedesideriavversioniegopauradiscomparire. Ma anche questo è nonvedere. Lo Yoga non farà scomparire nulla. Proprio nulla.

Viene spesso usata l’allegoria degli occhiali nello yoga, si dice che le lenti attraverso cui guardiamo la vita siano colorate o annebbiate, che non ci permettano di vedere le cose come stanno davvero. La pratica dovrebbe funzionare da vetril, puliamo le lenti e finalmente ci accorgiamo che quel pezzo di corda era in effetti un serpente. O viceversa.

Inizialmente la visione schiarita funziona meglio sugli altri, cominciamo a percepire le loro sofferenze e inquietudini. Possiamo cercare di non aggravarle o magari, se siamo proprio ambiziosi, cercare di alleviarle.

E spesso ci fermiamo qui. A guardare gli altri. Ma c’è un passo più difficile e importante, in questo percorso, che è quello di guardare a noi stessi.

Nel momento in cui riusciamo a inforcare gli occhiali e a osservarci dal punto di vista dello spettatore, il nostro melodramma umano diventa il film di cui noi stessi siamo protagonisti. Smettiamo il ruolo di Rossella O’Hara e diventiamo lo spettatore che piange e ride, ma che esce dal cinema quando la proiezione è finita lasciandosi la storia alle spalle, prima di comprare il biglietto per un nuovo film.
I film più importanti rimangono dentro di noi e ci cambiano, ci fanno riflettere, ci insegnano. La loro visione ci insegna ad apprezzare quella successiva in maniera più matura. Da semplici spettatori possiamo poi sviluppare un senso critico e magari fare di questa capacità il nostro impegno quotidiano.

Così dovrebbe essere lo Yoga. Dovrebbe insegnarci ad essere critici cinematografici, a mantenere la capacità di valutare se la recitazione è troppo marcata, se la trama è debole, se il film è troppo lungo, se la storia è già vista oppure originale. Il critico cinematografico ama il cinema, espressione geniale della vita.

Il critico nella sua recensione assegna una stella al polpettone che sbanca al botteghino, ma guarda il film fino in fondo.

 

Il link al blog di Francesca: https://inis-witrin.blogspot.it/2017/03/la-foresta-intorno-al-cuore.html

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