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L’annus horribilis e abhiniveśa

È davvero tanto tempo che non scrivo, troppo in realtà. Non so bene perché. Forse la sbornia post-traduzione del libro sugli Yoga Sūtra di Edwin Bryant mi ha lasciato stremata e troppo ubriaca di parole, o forse ho cominciato a pensare che sia meglio stare zitti, in generale e se non si crede di aver nulla di nuovo da dire.

E ultimamente sullo Yoga c’è davvero tanto di detto, di scritto, di fatto. Alcune cose appaiono nuove, molte sono trite e ritrite, alcune utili, altre molto meno utili, penso anche solo alle polemiche sull’appropriazione culturale, sul consumismo dello Yoga, su cosa è Yoga e cosa no… le solite solfe che a dire il vero mi hanno un po’ stancato – soprattutto perché ormai troppi si ergono a giudici solo per aver studiato qualche sproloquio accademico.

Ma volevo parlare di altro, volevo parlare di un sūtra che quest’anno ho sentito molto presente – è il II.9, che recita:

svarasa-vāhī viduṣaḥ-api samārūḍhaḥ-abhiniveśaḥ

L’attaccamento alla vita è una tendenza innata, che affligge anche i saggi

Questo 2020 è stato un annus horribilis e la paura della morte (un altro modo in cui il termine abhiniveśaḥ si trova spesso tradotto) è stata una presenza emotiva molto presente per tantissimi, che si è spesso concretizzata nella preoccupazione e anche nella perdita di persone care. Ma a parte la morte fisica, molti di noi si sono trovati in una situazione economica estremamente incerta, con difficoltà concrete nel presente e l’impossibilità di guardare serenamente al futuro. E questo altro tipo di ‘morte’ – la morte della propria attività lavorativa, con tutte le conseguenze che può avere a livello personale, familiare e sociale, è forse anche più forte nel suo impatto che non la paura della morte fisica.

Inevitabilmente mi sono trovata a pensare alla possibile morte del mio piccolo Studio. Un pensiero-tarlo, che come spesso accade, erode serenità, erode energie, erode creatività e fiducia. So di non essere sola, tanti insegnanti come me sono nella stessa situazione.

La pratica aiuta a recuperare il senso dell’importanza delle cose e a mettere a fuoco la realtà oggettiva, che è necessariamente impermanente, covid-19 o meno.

Ma come dice Patañjali, la paura della morte colpisce anche i più saggi. È il kleśa più subdolo. Non è (solo) il prendere lucciole per lanterne di avidyā; non è (solo) il riportare tutto al proprio piccolo mondo di asmitā; non è (solo) il circolo vizioso fatto del desiderio del piacevole, del nuovo, del futuro di rāga e dall’avversione per le cose sgradevoli, difficili, superate, di dveśa; è tutto questo e anche di più. L’attaccamento alla vita distilla in sé gli altri kleśa, allo stesso modo in cui avidyā li anticipa.

La pratica, con la circolarità di abhyāsa – vairāgya impegno e distacco, movimento a decrescere opposto al movimento in crescendo indotto dai kleśa, aiuta a recuperare il silenzio che induce alla serenità, all’energia, alla creatività e alla fiducia. Aiuta a recuperare la visione di ciò che è profondamente eterno, che si trova oltre l’impermanenza del presente.

L’attaccamento alla vita è una tendenza innata, che affligge anche i saggi – non mi sento poi così saggia e le bollette bisogna pagarle 😉 – ma non credo che vi bombarderò di pubblicità. Cercherò di inventarmi qualcosa di meno fastidioso per convincervi a praticare con me. Vedremo cosa porterà il 2021.

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Elogio della fuga.

Con una cara amica si parlava. Di noi, di yoga, di scienza, di cibo, del più e del meno, di tutto e di più.

La mia amica sta affrontando un periodo difficile, sia lavorativo che fisico. In entrambi i casi si sente sotto ricatto. Al lavoro, per via di politiche che la vorrebbero complice di azioni che non ritiene giuste, ma dove il sottrarsi alla complicità potrebbe avere un impatto negativo sulla progressione di ruolo. Nel corpo, perché si rende conto che praticare attività fisica nelle modalità che le sono familiari potrebbe compromettere la sua salute.

In entrambi i casi, sta valutando la fuga. Altre possibilità lavorative, e rinunciare a praticare per non cambiare l’approccio con cui si mette in relazione con il proprio corpo.

Avendo riconosciuto in sé questa tendenza, non le pare di doverla assecondare.

Scappare non è mai una soluzione, si dice… ma sarà vero? È proprio vero che scappare è da vigliacchi, e che bisogna farsi forza, trovare una strategia per resistere?

Se pensiamo alle tre qualità della materia (e quindi della nostra mente), lo stato a cui vogliamo tendere è quello di sattva, una calma lucida e serena. Le altre qualità, di movimento-irrequietezza (rajas) e inerzia-pesantezza (tamas) non possono mai essere eliminate completamente, ma cerchiamo di limitarne l’impatto.

Restare a lavorare in un posto che ci opprime crea scontento e negatività. Lo so per esperienza personale. Hai voglia a farti il lavaggio del cervello e pensare agli aspetti positivi legati al rimanere, quando ogni mattina ti alzi scontento e rivedere le stesse facce ti fa andare tutto di traverso. È un’oscillazione continua tra rajas e tamas, di sattva manco a parlarne.

Ma se cambiare lavoro (ammesso di riuscirci) ci riportasse in uno stato di quiete, non sarebbe un’opzione da privilegiare, anziché vedere questa scelta come una fuga?

È ovvio che occorre analizzare le cause della crisi, per evitare di ricrearle nel nuovo lavoro, anche perché si è sempre parte in causa, con proprie personalissime responsabilità, che spesso tornano a fare capolino quando meno te lo aspetti.

Ma l’orgoglio è un grande nemico. Non fa altro che riproporci schemi che spesso non ci appartengono, che si plasmano su quello che noi pensiamo debba (!) essere il nostro ruolo di fronte agli altri, ma che spesso ha poco a che vedere con quello che noi pensiamo veramente di noi stessi.

Avete mai visto un bambino che casca in terra e nessuno lo guarda? Si rialza e procede. Ma se c’è qualcun altro in giro, spesso la reazione alla caduta è completamente diversa.

Inoltre, una volta ammessa la possibilità che ‘fuggire’ sia un’opzione più che lecita, potrebbe anche succedere che la mente si schiarisca, come per magia. Essersi lasciata aperta una possibilità, anziché negarla a priori, può aiutare a valutare con maggior serenità quale è davvero la scelta giusta per noi.

 

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Principiante o avanzato? La Taittirīya Upanishad.

Le Upanishad sono antichissimi testi indiani. Racchiudono l’essenza dei Veda in forma di poemi e storie su cui meditare. Attraverso la loro lettura e la meditazione su quanto esposto, ci aiutano a giungere alla consapevolezza che la nostra coscienza individuale altro non è che la coscienza dell’intero universo.

Una delle Upanishad classiche, la Taittirīya, che si pensa risalire al VI secolo aC, descrive un  modello di cinque involucri, che assumendo la nostra forma avvolgono l’anima, che risiede, secondo queste antiche conoscenze, in una caverna in fondo al cuore.

Gli involucri sono come matrioske, e divengono sempre più sottili via via che si penetra negli strati più profondi.

Noi siamo, e contemporaneamente non siamo, questi involucri. Lo siamo in quanto gli involucri sono creazione della coscienza universale, non lo siamo perché la nostra vera essenza è, a ben vedere, pura coscienza.

Il primo involucro è fatto di cibo, dal cibo nasciamo, con il cibo viviamo, cibo diventiamo.

Il secondo involucro è fatto di respiro. Con il respiro nasciamo, con il respiro viviamo, ed è l’ultimo respiro che traiamo a terminare la nostra vita sulla terra.

Il terzo involucro è costituito dalla mente. La mente crea, nutre, ma può distruggere.

Il quarto involucro è la conoscenza intuitiva, che nasce dall’intelligenza discriminativa. Essa guida le nostre azioni corrette ed è rappresentata dallo yoga.

Il quinto involucro è quello della gioia pura, senza bramosia, resa stabile dalla consapevolezza di essere parte della coscienza universale. Questo involucro contiene anche altre emozioni, ma il percorso di consapevolezza fa sì che le emozioni che detraggono dalla gioia svaniscano, una volta raggiunta la realizzazione dello spazio infinito che conteniamo e al contempo siamo.

I cinque involucri sono interconnessi, e come sappiamo, non è possibile agire solo su un involucro in maniera completamente isolata. Ritroviamo già, in questi poemi, tutta la conoscenza psicosomatica attuale. Se proviamo imbarazzo arrossiamo, se muoviamo il corpo velocemente il respiro si affanna, se abbiamo pensieri negativi, è meno facile che le nostre azioni siano corrette. Viceversa una dieta leggera ma nutriente promuove pensieri sereni e un senso di gioia, il respiro fluido e profondo promuove la quiete mentale, lasciando spazio all’intuizione, per esempio.

Chi si avvicina allo yoga, spesso domanda all’insegnante a quale lezioni potrà partecipare. Ci sono corsi per principianti? Ci si può inserire in un corso avanzato, avendo già praticato altrove?

Ma se torniamo al modello dei cinque involucri, ci rendiamo immediatamente conto che potremmo essere perfettamente in grado di contorcerci come un elastico, ma la nostra mente potrebbe essere estremamente confusa. Potremmo avere una paralisi agli arti inferiori e aver raggiunto una serenità che guida pensieri, parole e azioni corrette.

Allora, cosa vuol dire principiante? Cosa vuol dire ‘praticante avanzato’? Siamo sicuri che i modelli a cui facciamo riferimento, spesso mutuati da riviste patinate che ci trasmettono immagini di corpi e poco altro, siano davvero utili al raggiungimento dello stato di quiete serena, di apertura di uno spazio infinito, silenzioso, trasparente e luminoso che è lo scopo ultimo della pratica dello Yoga?

E… le lezioni di yoga che seguiamo, ci aiutano a penetrare attraverso i diversi involucri, o si fermano all’involucro fatto di cibo?

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Pratichiamo Yoga per uscire dal film che la nostra mente proietta e poi…

Stamattina nella mia casella di posta c’era un nuovo messaggio, tra i vari, che mi ha proprio lasciata perplessa, anche se – purtroppo – non sorpresa.

Un messaggio del KHYF, il braccio – inizialmente – del KYM Krishnamacharya Yoga Mandiram orientato alla didattica verso gli studenti stranieri. Il KHYF come organizzazione morì dopo vari passi falsi ma fu presto risuscitata, in veste accattivante sotto il nome di SKY e poi nuovamente di KHYF, con un colpo di spugna sul passato, da Kausthub Desikachar, figlio di TKV e autoproclamato erede della tradizione. Ora KYM e KHYF non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro, pare.

Il messaggio annunciava, dopo un bel preambolo sul significato della parola viniyoga, il fatto che il KHYF avrebbe ora protetto il termine con un marchio registrato: Viniyoga registered.

A parte il fatto che se non erro questo ridicolo passo è già stato fatto parecchi anni fa almeno negli Stati Uniti, da Gary Kraftsow con il suo American Viniyoga Institute (https://www.viniyoga.com/about/what-is-viniyoga/), e quindi mi domando come possa ora il KHYF vantare qualche priorità sul ‘marchio’.

A parte il fatto che se anche così non fosse, il termine è utilizzato da anni, nello stesso senso, nel mondo della pratica yoga, e quindi dubito che una lettera di tipo ‘Cease and Desist’ possa avere un qualche seguito reale.

A parte il fatto che proprio l’utilizzo del termine (che significa, in essenza, ‘applicazione progressiva’) senza un predicato ma come parola a sé, autonoma, causò molta sofferenza a TVK Desikachar, tanto che chiese ai suoi allievi di non utilizzarlo, proprio per evitare di trasformare una applicazione dello yoga personalizzata e progressiva in un marchio di fabbrica standardizzato, e quindi questo passo da parte del KHYF offende proprio violentemente la memoria del Maestro.

A parte tutto, io ora mi domando… pratichiamo Yoga per limitare al massimo i nostri film mentali, le nostre rappresentazioni della realtà, per imparare a tornare a citi-śakti, all’essenza, abbandonando nama-rūpa, nome e forma, e questi si aggrappano a un nome? E dovremmo andare a scuola da loro?

 

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Mūla Bandha – non tutto è oro quel che luccica ovvero il troppo stroppia

Ho deciso di scrivere questo post perché, sulla base di alcune esperienze personali, penso sia importante ridimensionare l’enfasi su mūla bandha che così spesso troviamo nelle diramazioni dello Yoga di Krishnamacharya.

Nei testi di Krishnamacharya, Yoga Makaranda I, II e Yogāsanagalu troviamo indicazioni per la pratica di mūla bandha e uddiyana bandha rispettivamente come contrazione del basso addome verso la colonna, e contrazione e spinta verso l’alto del basso addome. Mūla bandha andrebbe mantenuta per tutto il corso degli esercizi di prānāyāma, secondo questi testi.

In altri testi troviamo, nelle istruzioni per mūla bandha la contrazione del perineo, e in altri ancora viene specificato che si sta parlando del pavimento pelvico, che viene contratto e ‘sollevato.’

Non voglio ora soffermarmi sulla funzione esoterica di questi bandha nella fisiologia sottile dello yoga, avvicinare prāna e āpana, incanalare il flusso di prāṇa all’interno di suṣumṇā nāḍī, ma piuttosto sul fatto che si tratta di procedimenti molto più ‘sottili’- non sono semplici contrazioni muscolari.

In pratica però partiamo tutti o quasi dal ‘grossolano’ e le nostre prime esperienze sono quasi sempre a livello del corpo fisico. Solo quando abbiamo acquisito maggiore dimestichezza con il corpo fisico, riusciamo a modulare il lavoro profondo e portarlo a una qualità che è più mentale che fisica.

Come molti praticanti delle diramazioni più forti degli insegnamenti di Krishnamacharya sanno, l’applicazione di mūla bandha è incoraggiata nella pratica di quasi tutti gli āsana (mentre per Krishmanacharya era da praticarsi solo in quegli āsana che possono essere anche mudrā, come śirṣasāna, sarvangāsana, baddhakonāsana, per esempio, e ovviamente i mudrā veri e propri come mahāmudrā, per esempio). L’utilizzo di mūla bandha e uddiyana bandha è incoraggiato anche durante il movimento nel vinyāsa, perché la respirazione ujjayi permette di acquisire forza e flessibilità in questi movimenti isotonici.

Allora dove è il problema? Se facciamo una ricerca su google con parole chiave come yoga + mula/mūla/moola bandha + problem(a), troviamo che anzi! queste pratiche risolvono un sacco di problemi, prolasso degli organi interni, aiutano a mantenerne il tono, li massaggiano ecc.

[Incidentalmente, non è facile trovare articoli in cui si dica che lo yoga crea problemi, figuriamoci! Chi osa suggerirlo viene spesso tacciato di essere un cattivo praticante, di non aver superato gli ostacoli dell’ego, di non applicare ahiṁsā.]

Ma la muscolatura del pavimento pelvico è tonica, lenta nel contrarsi e altrettanto lenta, se non di più, nel rilassarsi. Questo vuol dire che, se esercitata a sufficienza e in modo costante, può tendere all’ipertonicità.

E come una mia allieva, fisioterapista specializzata in pavimento pelvico, mi spiega, nelle donne in età fertile, (e negli uomini), l’ipertonicità del pavimento pelvico è causa della maggior parte dei problemi che spesso invece si attribuiscono a una sua debolezza. Uretriti/prostatiti, vaginismo/dispareunia, frequenza/dolore nella minzione, dolori alla schiena, chi più ne ha ne metta in quell’area, sono spesso e volentieri legati al troppo lavoro del pavimento pelvico, anziché al troppo poco. Complice la tensione nervosa che si accumula nella frenetica vita quotidiana.

Quindi? Ben venga mūla bandha, ma lasciamo a questi poveri muscoli il tempo di rilassarsi, che è tendenzialmente il doppio-triplo del tempo che impieghiamo a contrarli.

Oltre al respiro ujjayi, quindi, introduciamo nelle pratiche formali di respirazione un’osservazione del movimento pelvico, impariamo a respirare anche con questo diaframma (eh sì, il pavimento pelvico è un diaframma) e lasciamolo espandere, irrorare di sangue, riscaldarsi, anche se la sensazione può essere quella, singolare e un po’ imbarazzante, di perdere il controllo delle parti intime.

Qui sotto trovate un paio di articoli in inglese sull’argomento, al momento non ho trovato nulla in italiano nel campo dello yoga, altro motivo per scrivere questo post.

https://yogainternational.com/article/view/lost-in-translation-is-mulabandha-relevant-for-modern-yogis

http://www.harrogateyoga.com/mula-bandha-is-good-for-you-right/

Addendum: con parole chiavi differenti salta fuori questo: https://www.alessandragraziottin.it/it/articoli.php/Yoga-per-i-muscoli-pelvici-Si-ma-con-giudizio?EW_FATHER=10276&ART_TYPE=AOGGI

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Ruminazioni, meditazione e pulizie mentali

A un esperto di meditazione questo post apparirà forse banale e magari pure ridicolo, ma voglio buttare giù un po’ di osservazioni.

Io sono una di quelle persone la cui mente non riposa mai, per questo forse lo yoga mi ha preso così tanto. Ho energia da vendere, che va incanalata nella giusta maniera, evitando accuratamente qualsiasi possibilità di creare competizione. Devo tenermi occupata per stare lontano dai guai, in pratica.

Perché non mi interessa vincere, ma odio perdere. Non mi interessa aver ragione, ma odio non essere ascoltata.

Lo yoga mi ha permesso di usare il corpo per riordinare le mie energie, trasformarle in una versione più limpida. Per fortuna ho trovato un metodo che, usando il respiro in maniera intelligente, funziona molto bene a questo scopo. Qui ho spiegato un po’ come funzionano le cose. Una volta che le energie sono incanalate, la mente riesce a stabilizzarsi. Per poco, ma si stabilizza.

Allora, si potrebbe dire, basta tenersi occupati per poter fermare la mente? Tornando al discorso delle ruminazioni e delle meditazioni, ho scoperto che no. E forse le mie osservazioni sul campo trovano un qualche riscontro nelle diverse pratiche meditative.

Allora ho notato che, almeno nel mio caso, diversi tipi di attività psicofisica ordinaria sono associati a stati mentali diversi.

Le attività che richiedono molta attenzione (per esempio lavorare in laboratorio, cucinare, cucire) hanno un effetto calmante.  La mente è focalizzata completamente sull’attività e gradualmente si assorbe in essa, sgombrando il campo da tutti gli altri stimoli. Il risultato è quello di raggiungere uno stato di calma serena e lucida. È a tutti gli effetti una meditazione.

Le attività che coinvolgono il corpo ma sono piuttosto facili a livello intellettuale (per esempio togliere le erbacce, passare l’aspirapolvere) hanno al contrario l’effetto di generare ruminazioni indescrivibili. È come se la mente si sgombrasse, ma solo per lasciare spazio al rigurgito di impressioni registrate nel passato, e mai mai mai che questi rigurgiti siano memorie piacevoli. Si ripete un film già visto che non smette di essere proiettato. Lasciar scorrere i pensieri e osservarli va bene, anzi è uno degli approcci della mindfulness, ma ci si accorge che in effetti questo ‘lasciar scorrere’ può causare problemi senza un metodo. All’inizio, quando ho cominciato a osservare queste ruminazioni ricorrenti, mi demoralizzavo tantissimo. Ma come, mi dicevo, riesco a concentrarmi così bene durante la mia pratica yoga, o mentre lavoro, sono così serena dopo aver usato corpo respiro e focalizzazione, e poi basta un po’ di gramigna a innescare la bomba? Poi ho cominciato a divertirmi, se così si può dire. Vado nell’orto, mi metto i guanti, comincio a separare erbe da erbacce e aspetto. 3…2…1 via! Eccole, le ruminazioni. E come forse direbbe qualche buddhista, si tratta a tutti gli effetti di pensieri istantanei. Da uno si passa ad un altro, anche se il tema ricorrente è uno, l’incomprensione, il rapporto umano problematico, la gestione delle emozioni, situazioni irrisolte Ma da quando ho imparato ad accettare la replica infinita del film, le sessioni sono quasi piacevoli.

Anzi come dice un mio amico, queste ruminazioni hanno una loro utilità. Ti riportano a problematiche irrisolte e ti danno la possibilità di agire al proposito, non di impulso ma dopo riflessione. Magari con l’aiuto di una pratica yoga seguita da una concentrazione/meditazione più formale, o il dialogo con una persona che ti conosce a fondo, nel bene e nel male.

In breve, non possiamo imbrigliare il pensiero che sorge spontaneo, ma possiamo lavorare sulla parte di noi che di quel pensiero si appropria. Se si introduce un respiro regolare in questa equazione, ovvero se si introduce per così dire un ritmo nell’insorgere dei pensieri, la mente si riordina. Anzi dirò di più, spesso il respiro regolare proprio annulla l’insorgere delle ruminazioni. A questo proposito si potrebbe obiettare che la pratica della mindfulness basata sul respiro non fa altro che mascherare le problematiche, che prima o poi si ripresenteranno?

Non ho una risposta. Devono passare ancora molte stagioni nell’orto, prima di trovarla, penso.

In sintesi comunque, la mia strategia è diventata:

  • creare l’opportunità di generare ruminazioni
  • osservarle e prendere nota
  • incanalare le energie negative in una pratica yoga formale
  • agire come suggerito dalla mente ripulita
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Il respiro del prānāyāma nell’āsana non meditativa. Di-vertimento e Yoga.

Recentemente mi hanno chiesto come mai dò tanta attenzione al respiro, come mai le pratiche sono poco ‘complesse’. È una buona domanda, perché la mia pratica sta cambiando e di conseguenza anche – inevitabilmente, è inutile che ce la raccontiamo – alcune delle pratiche che propongo ai miei allievi.

Ho già detto che non seguo molti blog, ma uno, quello del mio amico Anthony meglio noto come Grimmly, è un altro dei pochi. Non leggo sempre tutto quello che scrive – i post spesso sono lunghissimi, pieni di riferimenti a post precedenti e diramazioni di progetti in corso – ma seguo il suo percorso perché in qualche modo lo sento molto simile al mio.

Abbiamo entrambi scoperto tardi la pratica dello yoga, e più o meno in contemporanea; abbiamo iniziato da totali autodidatti e siamo rimasti grandi sperimentatori autonomi, anche ora che abbiamo trovato maestri che ci guidano nel percorso. Entrambi abbiamo un passato di pratica ashtānga vinyāsa (lui per più tempo di me e in maniera molto più approfondita) passando per il vinyāsa krama ‘di’ Ramaswami. Io ci aggiungo ovviamente l’influenza fondamentale degli insegnamenti di TKV Desikachar ricevuti durante il mio percorso di formazione e post-formazione, che guidano le mie pratiche in maniera più o meno percepibile dall’esterno (ma sempre presenti nel cuore), e le esperienze rivelatorie derivanti dall’esperienza con TK Sribhashyam, che sto cercando di comprendere meglio. Insomma l’intera galassia di T Krishnamacharya informa la nostra pratica, nelle sue diverse sfaccettature (le 57 facce del brillante sono pur sempre facce dello stesso diamante!)

Ultimamente Anthony si è fissato sull’idea che un āsana semplice possa essere trasformato in avanzato semplicemente cambiando il modo in cui lo si pratica. Non posso fare altro che concordare, del resto sta proprio qui la raffinatezza delle pratiche ‘viniyoga’, anche se i non addetti ai lavori pensano che si tratti di roba per nonnette.

In effetti però è vero che talvolta non sfruttiamo al massimo la possibilità di lavorare su āsana accessibili. Spesso confondiamo ‘avanzato’ con ‘fisicamente poco accessibile’, facciamo una gran fatica e ci dimentichiamo dello scopo ultimo della pratica, quella di focalizzarci all’interno.

Spesso gonfiamo quella che – a mio parere -dovrebbe essere la parte preparatoria di una pratica fino a riempire tutto lo spazio-tempo che abbiamo a disposizione. E poi non rimane più tempo per il resto. Che invece dovrebbe occupare più spazio-tempo. Che serve la parte preparatoria? Un paio di cose: 1. mantenere il mio corpo in uno stato di buona salute. La varietà di movimenti possibili ovviamente dipende da chi sono e dovrei cercare di mantenerla, di non perderla e magari di aumentarla – ma solo se questo è possibile senza introdurre sofferenza: heyaṁ duḥkham anāgatam ci dice Patañjali, la sofferenza futura deve essere evitata; 2. incanalare energie in eccesso invece di dissiparle – rajas non deve fare spazio a tamas ma a sattva. Ma oltre questo, il suo perché si esaurisce, fare di più rimane un divertimento. Piacevole, come tutti i divertimenti, ma di-vertente. La mente non verge più verso uno stato focalizzato ma continua a disperdersi nei mille movimenti dei mille vinyāsa possibili. Se sono buon medico di me stesso capirò quando ho fatto abbastanza. Ma l’autodiagnosi comporta sempre dei rischi. E allora confrontarsi con l’insegnante può essere molto importante.

Cercare di portare l’attenzione sugli aspetti interni e meditativi fino dall’inizio della pratica, limitare il di-vertimento, può essere utile. Al solito, il respiro viene in soccorso in questo approccio. E come potrebbe non farlo, visto che stiamo parlando di vinyāsa? Entra in gioco un respiro che non semplicemente guida e informa il movimento, ma lavora in modo profondo ed esploratorio in ognuna delle posizioni che assumiamo, un prānāyāma che accompagna nella pratica.

Possiamo lavorare su espiro, inspiro, interruzioni. Fasi respiratorie estese. Profonde. Usare il corpo che respira come l’oggetto grossolano della meditazione. Poi lasciare che il respiro si assottigli e scompaia, portando lo sguardo interno verso l’ombelico, la gola, le sopracciglia, l’orizzonte.. secondo la posizione e l’effetto che vogliamo ottenere. Si apre un mondo diverso, infinito, sottile.

Ultimamente sto sperimentando questa tecnica: verifico la fattibilità di una posizione con un paio di vinyāsa, poi ci ‘entro’ e lì eseguo una serie di respiri estesi e profondi, includendo kumbhaka se possibile. In questa fase l’attenzione è volta all’atto respiratorio, al corpo che respira, al respiro che si fa corpo. Poi – quando, per dirla brutalmente, il sangue si è ossigenato a sufficienza e l’ossigeno nutre e chiarifica la mente – abbandono il respiro profondo e lascio che il sistema entri in uno stato di non-respiro, lo sguardo interno fisso su un punto vitale. Entro nella fase di movimento-non movimento e ci resto fino a che il corpo nuovamente mi richiama verso l’esterno.

Cale Vāte Calaṃ Cittam dice l’ Haṭha Yoga Pradīpikā. Così il respiro, così la mente.

È un metodo molto potente, anche se sono semplicemente in dvipadapitham.

E per nulla noioso, anche se non di-vertente.

 

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Il cinema della vita e lo yoga

Non seguo molti blog, non seguo molti blog di yoga, soprattutto italiani. Per abitudine, credo.

Ma una ragazza, Francesca Proia, scrive molto bene, centrando spesso punti importanti della pratica più profonda, quella che va oltre l’angolo che un piede deve assumere rispetto all’altro in virabhadrāsana. Il suo ultimo post (link in fondo) mi ha fatto pensare e qui trovate una piccola ulteriore riflessione.


Credo che ci possa essere in tutti noi, almeno all’inizio, un’idea incorretta del potenziale salvifico dello yoga.
Dopo una lezione di yoga ci sentiamo bene. Sciolti ma tonici, all’erta ma sereni. Non è incongruo pensare che questo benessere si possa estendere alla vita – e difatti spesso è così – ma spesso facciamo un grosso errore.

Pensiamo che lo Yoga farà scomparire i nostri problemi, che sono legati a nonvederedesideriavversioniegopauradiscomparire. Ma anche questo è nonvedere. Lo Yoga non farà scomparire nulla. Proprio nulla.

Viene spesso usata l’allegoria degli occhiali nello yoga, si dice che le lenti attraverso cui guardiamo la vita siano colorate o annebbiate, che non ci permettano di vedere le cose come stanno davvero. La pratica dovrebbe funzionare da vetril, puliamo le lenti e finalmente ci accorgiamo che quel pezzo di corda era in effetti un serpente. O viceversa.

Inizialmente la visione schiarita funziona meglio sugli altri, cominciamo a percepire le loro sofferenze e inquietudini. Possiamo cercare di non aggravarle o magari, se siamo proprio ambiziosi, cercare di alleviarle.

E spesso ci fermiamo qui. A guardare gli altri. Ma c’è un passo più difficile e importante, in questo percorso, che è quello di guardare a noi stessi.

Nel momento in cui riusciamo a inforcare gli occhiali e a osservarci dal punto di vista dello spettatore, il nostro melodramma umano diventa il film di cui noi stessi siamo protagonisti. Smettiamo il ruolo di Rossella O’Hara e diventiamo lo spettatore che piange e ride, ma che esce dal cinema quando la proiezione è finita lasciandosi la storia alle spalle, prima di comprare il biglietto per un nuovo film.
I film più importanti rimangono dentro di noi e ci cambiano, ci fanno riflettere, ci insegnano. La loro visione ci insegna ad apprezzare quella successiva in maniera più matura. Da semplici spettatori possiamo poi sviluppare un senso critico e magari fare di questa capacità il nostro impegno quotidiano.

Così dovrebbe essere lo Yoga. Dovrebbe insegnarci ad essere critici cinematografici, a mantenere la capacità di valutare se la recitazione è troppo marcata, se la trama è debole, se il film è troppo lungo, se la storia è già vista oppure originale. Il critico cinematografico ama il cinema, espressione geniale della vita.

Il critico nella sua recensione assegna una stella al polpettone che sbanca al botteghino, ma guarda il film fino in fondo.

 

Il link al blog di Francesca: https://inis-witrin.blogspot.it/2017/03/la-foresta-intorno-al-cuore.html

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La traduzione, la trasmissione e l’esperienza personale

Recentemente ho tradotto un paio di articoli sullo yoga dall’italiano all’inglese e viceversa. Mi sono trovata – forse per la prima volta in modo serio – nel dilemma della trasmissione.

Cosa vuol dire tradurre? E trasmettere? L’etimo indica in entrambi i casi trasporto da una parte a un’altra, generalmente pensiamo a lingue diverse quando parliamo di traduzione, e a un modo diverso di esprimersi nel caso della trasmissione, per esempio la divulgazione della scienza ai non addetti ai lavori. Ma i confini sono poco definiti, quasi sempre una traduzione letterale è impossibile, non funziona, non ‘rende’. Non parlo di modi di dire come ‘have your cake and eat it’ vs. ‘volere la botte piena e la moglie ubriaca’, ma di come una frase viene costruita, di come un concetto viene espresso in lingue diverse. WordPress mi sgrida sempre

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e so anche perché. L’italiano (non siamo forse un popolo di poeti, naviganti ed eroi?) è una lingua la cui retorica si crogiola nelle incidentali, in inglese la chiarezza ha la massima priorità. A scuola non mi hanno mai chiesto di fare il riassunto di un libro di 500 pagine usando un massimo di 500 parole, ma questo genere di compito a casa è la norma per un bambino inglese. Spero che i tempi siano cambiati anche da noi, perché ne guadagneremmo senz’altro. Come minimo risparmieremmo caratteri – virgole, lineette e parentesi.

Sto divagando. Ovviamente.

Per tornare a bomba, come dice mia mamma, mi sono ritrovata a tradurre un utile libricino di Ramaswami sui concetti di base dello Yoga di Patañjali, che ora potete scaricare dalla pagina dei Testi Consigliati.

Spero di conoscere l’argomento a sufficienza e Ramaswami spiega in maniera chiara. Generalmente quando devo tradurre pezzi lunghi uso Google Translate e poi faccio una revisione accurata del testo, cercando non solo di correggere gli errori ovvi, ma di sopperire alla mancanza di esperienza del traduttore automatico sull’argomento specifico. Funziona abbastanza bene direi, e soprattutto lascia poche possibilità all’istinto di innestare troppe frasi una sull’altra. Proprio qui entra in gioco il dilemma traduzione-trasmissione. Il risultato è chiaro ma io avrei detto alcune cose in modo diverso. In particolare su alcuni aspetti ci si accorge che il testo è un po’ datato, fa riferimento al mondo di una trentina di anni fa, implica alcune interpretazioni di concetti fondamentali sulle quali altri autori e io stessa possiamo avere un’opinione diversa. Ma sto traducendo. Se traduco il testo per i miei allievi e altri che non conoscono l’inglese vuol dire che penso sia utile e che sia importante divulgarlo. Se fossi così sicura di aver capito tutto avrei potuto scritto un manualetto io stessa, no?

Quindi ho completato la traduzione alterando solo le frasi veramente idiomatiche. Il resto, inclusa la diversa ortografia di alcuni termini sanscriti, è rimasto il più possibile privo di un mio intervento personale. Alcune frasi non scorrono benissimo, ma volevo interferire il meno possibile sul modo in cui Ramaswami ha voluto spiegare i concetti.

E questo mi ha fatto pensare. E si arriva, finalmente! al vero argomento del post. Siamo già a più di 500 parole, come volevasi dimostrare.

A quasi tutti noi praticanti e insegnanti di yoga piace pensare di rifarci fedelmente ad una tradizione. Nel mio caso mi ispiro agli insegnamenti di T Krishnamacharya e quindi cerco di non perdere l’opportunità di seguire lezioni di insegnanti che hanno studiato direttamente con lui. Ogni insegnante con cui ho studiato afferma vigorosamente di trasmettere quanto ha imparato, nel modo in cui lo ha imparato, faccia a faccia, direttamente dal proprio Maestro in lezioni individuali. Ma noi, allievi degli allievi (degli allievi), ci ritroviamo di fronte ad apparenti differenze.

Nel canto Vedico si devono seguire regole rigorosissime di tono e accenti: in un mantra non è tanto o solo il testo, ma il suono, ad esercitare l’effetto per cui è stato composto. Eppure ascoltare TKV Desikachar o la figlia fa una bella differenza. Non sono esperta e forse il modo di cantare maschile ha regole diverse da quello femminile (per esempio ho letto che la lingua giapponese è diversa a seconda che la parli un uomo o una donna) ma persone dello stesso genere cantano comunque con una intonazione diversa, non sono copie esatte una dell’altra anche se si sono formate alla stessa scuola. Eppure la trasmissione orale deve essere fedele, pena lo svanire del Messaggio Originale.

E allora? Mi ha colpito molto quello che TK Sribhashyam ha detto al seminario a cui ho partecipato. Erano presenti studenti già suoi allievi, che devono avergli fatto alcune osservazioni su qualche cosa che ha detto. Sribhashyam ha commentato che non dovevano sentirsi confusi, perché avendo studiato con lui per lungo tempo, il suo modo di porsi in relazione con loro era diverso da quello adottato con noi, non conoscendoci affatto. Non dovevano sentirsi gelosi se sembrava che ci stesse spiegando concetti che non aveva spiegato a loro, perché questa era solo un’apparenza dettata dalla promiscuità dell’ambiente.

Credo che qui stia il nocciolo della questione. Fino a che non abbiamo accumulato abbastanza anni di studio ed esperienza personale, parole e intonazioni diverse sembrano avere significati diversi. Ci è capitato di andare a lezione da un altro insegnante, leggere un testo, ascoltare la spiegazione di come si esegue un particolare trikonāsana o di cosa è citta, per esempio, e ci è sembrato di aver finalmente capito. Un nostro allievo torna da un workshop e ci dice che finalmente ha compreso uddiyana bandha. Ingoiamo il rospo. Poi passano gli anni e continuando la nostra pratica e i nostri studi ci pare che – almeno su alcuni argomenti – non ci sia più bisogno di ascoltare parole diverse perché, al di là di nome e forma, finalmente il concetto, che è sempre stato lo stesso anche se ci pareva di no, traspare. Ma il numero di anni di pratica e di studio necessari possono essere tanti, tantissimi, prima di arrivare a questa comprensione. Fino ad allora, se seguiamo insegnanti seri, validi e preparati, le loro parole diverse possono effettivamente aiutarci a fare chiarezza, perché non è detto che tutti siano in grado di raggiungere lo stesso livello di affinità con noi su argomenti diversi. Qualcuno ci spiegherà finalmente trikonāsana, magari un altro ci farà vedere la luce su Prakriti.

Le nostre caratteristiche, le attitudini, l’esperienza personale non possono non lasciare traccia nel modo in cui traduciamo/trasmettiamo quanto abbiamo imparato. Anche se abbiamo avuto un unico insegnante per tutta la nostra vita, quando trasferiremo a nostra volta quanto abbiamo appreso, ed è nostro dovere morire solo dopo averlo fatto, lo faremo inevitabilmente in maniera diversa da come la storia ci è stata raccontata. Questo non vuol dire tradire l’insegnamento.

Fino ad allora, e questo allora forse non arriverà mai, cerchiamo di tradurre più che trasmettere, se pensiamo possa essere utile farlo. Credo che l’importante sia essere onesti. Essere chiari quando quello che spieghiamo è una nostra intuizione piuttosto che quello che effettivamente abbiamo letto su un libro, e non parlare mai, come diceva il Buddha, di ciò di cui non abbiamo fatto esperienza.

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Le stagioni della pratica ovvero: ogni cosa ha il suo tempo?

Non so se leggete molti blog di yoga, oltre al mio 🙂 ma ultimamente va di moda l’approccio confessional-autocelebrativo riguardo all’aver raggiunto una maggiore maturità nella pratica, soprattutto in praticanti e insegnanti di metodi potenzialmente più ‘forti’ come può essere l’ashtanga vinyasa di Patthabi Jois.

Chi prima postava foto di kapotāsana, ora mostra orgogliosamente un mezzo cammello, chi saltava avanti e indietro come un grillo ora muove lentamente una gamba e poi l’altra per spostarsi da ardha uttanāsana a chaturanga dandāsana (se la fa) nel saluto al sole.

Che sta succedendo? I nostri eroi stanno diventando vecchi (si fa per dire) e fragili, anno dopo anno di pratiche intense hanno conferito loro pericolose ipermobilità, hanno consumato dischi intervertebrali, la ricerca di una pratica fluida ha allentato alcune fasce muscolari a tal punto da non avere più sufficiente forza.

Dopo migliaia di foto su instagram si invoca la saggezza antica secondo la quale la pratica di āsana ha solo un’utilità marginale, secondo la quale il respiro deve guidarci verso la comprensione ed il rispetto delle nostre possibilità, secondo la quale basta una pratica posturale di una decina di minuti, magari solo la sub-routine di tadāsana, per portarci in uno stato diverso e più profondo. Insomma, l’età della ragione arriva per tutti o quasi, prima o poi. Potremmo uscire con un ‘noi lo sapevamo già’, anzi è il nostro pane quotidiano, ma non lo facciamo. Ascoltiamo e pensiamo.

Quello che il quasi-rishi Krishnamacharya predicava, è arrivato tardi alle orecchie dei discepoli dei suoi discepoli.

Esiste una stagione per ogni cosa, diceva, mentre insegnava i salti ai ragazzini di Mysore. Esiste una stagione per ogni cosa, diceva, mentre insegnava i canti vedici alle donne in gravidanza. Esiste una stagione per ogni cosa, diceva, mentre invitava il signore cicciottello a perdere la pancetta prima di avventurarsi in sirśasana.

Krishnamacharya e i suoi allievi diretti, soprattutto quelli che, avendo studiato con lui molti anni, abbastanza da passare attraverso diverse fasi della vita sotto il suo insegnamento, hanno potuto capire meglio quello che il maestro intendeva.

E parlano di tre fasi principali nella nostra vita e nella nostra pratica:

Una fase giovanile, in cui il corpo è in condizioni ottimali e si può cercare di lavorare verso la perfezione. Una fase intermedia, in cui cerchiamo di mantenere quello che abbiamo conquistato, salute, forza, flessibilità, capacità di apprendere. Una fase conclusiva in cui ci avviciniamo intelligentemente alla fine dei nostri giorni, abbiamo raccolto quello che c’era da raccogliere e cominciamo a ritirarci in noi stessi, verso un mondo ancora largamente inesplorato e comunque vastissimo.

E in effetti Krishnamacharya aveva ragione. Ma come mai nessuno o pochi gli danno ascolto fino a quando sono costretti a farlo dagli eventi della vita?

Ci irritiamo quando sentiamo le divisioni di età indicate: 15-25 per la fase śikśana, 25-55 per la fase rakśana, 55-75 per la fase adhyātmika. Come! Sono già alla fine della fase rakśana!? Non è possibile, come si permette, mi sento giovane, l’età vera non è quella anagrafica! Diventiamo vecchi quando pensiamo di esserlo!  Quando poi vediamo arzille vecchiette di 104 anni svolazzare allegre sulle parallele non facciamo altro che rafforzare la convinzione che queste regole si applicheranno a *qualcun altro*, e che l’Europa degli anni 2000 non è l’India degli anni ’30 del secolo scorso.

Ed è ovvio che Mr. K non intendeva un’età tassativamente anagrafica, diverse condizioni possono spingerci ad adottare modelli diversi nel corso della nostra vita. Però… tenere a mente che indicativamente ci sono cose da fare in alcuni periodi ed altre in altri può aiutarci in tante occasioni. Soprattutto perché spesso non siamo completamente lucidi quando facciamo scelte personali, ma ci facciamo trascinare da desideri ed avversioni, come abbiamo già visto in altre occasioni.

Poi un giorno, magari spingendo il tagliaerbe che ha finito la benzina, come è successo a me l’anno scorso, CRAC. Cerchi di lavorare sul tappetino per ‘aggiustarti’, sbagli i calcoli e RI-CRAC! rimani semi-paralizzata per un mesetto abbondante.

E quando sei costretta a rivedere completamente la tua pratica, ti accorgi che in effetti i glutei avresti potuto curarli un po’ di più, invece hai privilegiato sukham perché avevi pensato che nella tua natura ci fosse già troppo sthiram. Hai cercato di addolcirti troppo, e la natura ti ha gridato in faccia quanto l’equilibrio sia invece importante, quanto non debba essere solo sthiramsukhamāsanam ma anche sthiramsukhamjīvanam (equilibrio tra forza e morbidezza nella vita).

E infatti penso che il punto sia proprio qui, trovare un equilibrio.

Un equilibrio tra la spinta alla vita, che ci fa negare che gli anni passino per tutti e quindi anche per noi, e il lasciarsi troppo andare pensando che i giorni migliori siano passati e ormai non si possa tentare più nulla di nuovo, nessuna avventura.

Un equilibrio tra l’entusiasmo che una pratica dinamica e corroborante genera, e che potremmo pertanto essere tentati a ripetere in maniera eccessiva, e la saggezza di una pratica più ferma e meditativa, ricca di spunti per guardare all’interno.

 

ashtanga yoga after 45…lessons learned after seven years of near daily home practice. PART 1

e l’interessante, se pur logorroico, lavoro di Matthew Remski on WAWADIA (what are we actually doing in āsana?)

http://matthewremski.com/wordpress/multimedia/wawadia/