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Ancora su Asmitā – nel rapporto tra maestro e discepolo

Saha nāvavatu/Saha nau bhunaktu/Saha vīryam karavāvahai/Tejasvi nāvadhītamastu/Mā vidviṣāvahai

Possiamo noi essere protetti/Possiamo noi essere nutriti/Possiamo noi lavorare insieme con energia/Che con grande energia possiamo noi studiare ad alto livello/Non ci sia animosità tra di noi

Questo mantra, che deriva dalla Taittiriya Upanishad, viene spesso recitato all’inizio di una lezione di yoga per propiziare il lavoro di insegnamento e di apprendimento.

Già almeno un paio di migliaia di anni fa qualcuno ha sentito il bisogno di propiziare il rapporto tra maestro e discepolo con un’invocazione. Perchè questa necessità, quando sono proprio i maestri ad aiutarci nel lungo e difficile percorso dell’apprendimento? Che succede?

Nelle ultime settimane un paio di amiche mi hanno parlato della loro crisi di relazione con il loro maestro di anni. Amiche diverse, maestri diversi. Non è la prima volta che sento queste storie, e non solo nello yoga. Il mio stesso percorso, a detta di qualcuno, è l’incontro di due poli che talvolta assumono la stessa carica.

È un dato di fatto che il rapporto con il maestro può essere causa di grande sofferenza. Non solo per il discepolo, ma anche per il maestro stesso. Uso il maschile per indicare entrambi i sessi, è più semplice e comunque il sesso anatomico ha poco a che vedere con il pensiero che vorrei esporre, anche se la teoria psicoanalitica ricondurrebbe probabilmente proprio qui.

Parlo del rapporto profondo che si viene a creare tra un discepolo pieno di ardore ed un maestro che dalla propria esperienza percepisce i pericoli potenziali di questo ardore e cerca di arginarli.

Da Tapas, ci insegnano i Veda, nasce Kāma. Da Kāma nasce il mondo.

Mi ha colpito molto AG Mohan sugli Yoga Sutra in un corso online. Puntualizzava l’importanza di Brahmācharya per il maestro (il contenere gli impulsi vitali, per camminare leggeri e focalizzati nel percorso verso la Realtà) come uno strumento per ottenere grande forza nell’insegnamento. Brahmācharya è anche la vita dello studente, non quello che esce a ubriacarsi tutte le sere, ma quello che passa le notti a studiare e non ha altri obiettivi se non apprendere.

Qualcun altro chiamerebbe questo ‘sublimazione’, e questa sublimazione sembra conferire un potere enorme. E infatti i disastri avvengono proprio quando la sublimazione fa cilecca. Quante storie di relazioni, abusi, circonvenzione abbiamo sentito e sentiremo ancora, nel mondo dello yoga e non solo? È evidente che questi risvolti portano la coppia maestro-allievo al di fuori del progetto iniziale di trasmissione dell’insegnamento e costituiscono una grande perdita di opportunità in tal senso. Un maestro serio farà di tutto per evitare che tapas dia origine a kāma.

Ma anche se questo discorso può valere in molti casi, non credo la spiegazione sia (tutta) qui e non è di questo che voglio scrivere..

Temo invece che dobbiamo nuovamente invocare asmitā, il nostro affermarci come esistenti.

Il rapporto tra maestro e discepolo è sempre e anche l’incontro tra due asmitā, e questo incontro può trasformarsi in uno scontro o sfociare in fuga. Un asmitā irruente e vorace, come può essere quello dell’allievo che vuole essere riconosciuto, vuole primeggiare, vuole arrivare alla Conoscenza con tutti i mezzi possibili, incluso esplorare altri sentieri possibili in maniera autonoma. E l’asmitā del maestro, che conosce il proprio ruolo di mentore ma deve anche confrontarsi continuamente con la propria umanità, che desidera affermare la propria influenza, che vuole a sua volta essere riconosciuto e amato in maniera esclusiva. Le richieste di rispetto, fiducia, di limitare le influenze esterne, suggeriscono una lettura che va oltre la mera preoccupazione che l’insegnamento possa essere diluito.

Suggeriscono umanità.

Questa parola è chiave, perché noto che uno dei temi ricorrenti nelle crisi del rapporto maestro-discepolo è proprio la delusione di vedere il maestro comportarsi come un essere umano, soprattutto in discipline che non parlano di aree e volumi ma di coscienza e consapevolezza. Chi credevamo – e forse a propria volta si credeva – al di sopra del quotidiano, chi avevamo messo su un piedestallo, chi desideravamo credere realizzato e illuminato per avere un modello da seguire, è invece fragile e difettoso tanto quanto noi.

Ripenso a Milarepa. Prima di diventare saggio Mila era molto, troppo potente, ma utilizzava la conoscenza per compiere azioni che non lo avrebbero liberato. Il suo futuro maestro, complice la moglie, lo sottopone a mille prove prima di accettare di insegnargli quello che veramente gli sarebbe stato utile.

Dicono che questo percorso duro, in cui bruciamo il karma negativo che abbiamo accumulato, sia necessario.  Bisogna svuotare prima di riempire. Forse. Probabilmente. Sicuramente.

Ma leggendo la storia di Mila, Marpa mi è parso estremamente crudele, oltre il necessario. Pareva si divertisse a far soffrire Mila. Forse non sono sufficientemente orientale e non ho capito nulla, ma Marpa mi ha fatto pensare al nonnismo delle caserme. Chissà che esperienze aveva avuto lui stesso nel suo percorso di apprendimento.

E saltando ad un tempo più vicino, mi viene in mente BKS Iyengar, allievo dalle straordinarie capacità, entusiasta, ardente, che Krishnamacharya ha fatto soffrire come un cane. Due personalità fortissime si sono scontrate e le loro strade si sono separate. In che tipo di insegnante si è trasformato poi Iyengar? Che didattica applicano molti dei suoi stessi allievi? Non Steineriana o Montessori, direi. Molti considerano Krishnamacharya come un semidio, o quasi. Un rishi. Ma se pensiamo a come ha trattato Iyengar, che dire? La sua umanità traspare chiara e forte.

E però credo che uno degli aspetti importanti della trasmissione sia proprio l’umanità del rapporto.

Lo specchio che il maestro dovrebbe essere per l’allievo non è l’unico specchio, è spesso solo uno di due, il secondo è l’allievo,  e questi specchi paralleli producono riflessioni infinite, moltiplicando e disperdendo le immagini. La conseguenza è che la trasmissione non scorre fluida. Quando entrambi gli specchi si infrangono, quando le proiezioni svaniscono, quando un ego si ritrae e l’altro si sgonfia, e non importa chi lo fa per primo anche se questo rapporto non è mai alla pari, finalmente ci si incontra e la trasmissione può finalmente dare i suoi frutti.

http://www.rgbstock.com/bigphoto/mTigKKE/Otherworld+Orbs+1
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Quando le aspettative cadono, da una parte e dall’altra, quando ci si accetta per come si è, quando non si prova più a cambiare l’altro, il rapporto può cominciare a funzionare.

Credo che in una trasmissione vera, l’interazione trasformi entrambe le parti, maestro e discepolo. Spesso questo percorso di trasformazione è doloroso, e forse per questo spesso ci si spaventa, ci si allontana, ci si riavvicina, sembriamo incerti sul da farsi, vogliamo e non vogliamo, ci sentiamo incompresi, non riusciamo a comunicare chiaramente. Entrambe le parti si mettono a nudo in un rapporto profondo. Questo spaventa.

Molti di noi seguono un percorso tortuoso alla ricerca della Verità, e talvolta anche a causa delle difficoltà nelle interazioni dirette cerchiamo il raggio di luce attraverso altri incontri, nelle diverse modalità che il mondo odierno ci offre.

Personalmente sono convinta che sia molto importante coltivare e mantenere la capacità di ascoltare più voci, anche se dicono la stessa cosa, ma con linguaggi diversi. Vado però via via rendendomi conto che questa scelta è la più facile.

Gli altri incontri sono un’interazione attutita, ovattata, che raramente ci permette di installare un rapporto umano profondo, con tutte le difficoltà che un rapporto umano e profondo presenta. Se da un punto di vista didattico queste esperienze ci aiutano a chiarirci le idee, ci aiutano a crescere, a capire meglio il percorso che abbiamo intrapreso, l’insegnamento, raramente arrivano a coinvolgere quella parte nascosta, unica ed enigmatica che un contatto continuativo e prolungato permette di portare alla luce e risolvere, e che porta con sé una scintilla speciale.

E se mi venisse il dubbio di essere solo io a provare questo, mi basta guardarmi intorno e parlare con amici e colleghi per convincermi di non essere sola affatto in questo sentire. Altri hanno chiamato questo sentire, transfert e controtransfert.

Il fatto che ricordiamo con maggiore intensità i maestri e gli allievi che ci hanno dato più filo da torcere, tornando spesso a loro, con la memoria e se possibile di persona, mi fa pensare che sia proprio attraverso queste relazioni che siamo cresciuti, indipendentemente dal 4+ in filosofia. BKS Iyengar ricordava sempre Krishnamacharya come il proprio maestro.

Se ricopriamo il doppio ruolo di maestro e allievo (e non dovremmo mai smettere di essere allievi) abbiamo il ‘vantaggio’ di conoscere entrambi i mondi. E non dovremmo dimenticare il nostro passato/presente. Avendo la possibilità di riconoscere e immedesimarci nella sofferenza ora dell’uno, ora dell’altro, possiamo provare a lasciare ad asmitā solo lo spazio strettamente necessario.

Il bellissimo film della Cavani sulla storia di Milarepa:

 

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Tapas e Iśvarapranidhāna – una riflessione personale

Recentemente ho partecipato al convegno annuale dei soci YANI (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti) il cui tema era Etica: I Valori in Azione. La YANI è una associazione pluralista, nel senso che gli insegnanti che la compongono non appartengono tutti ad una stessa tradizione, e questa è una delle sue forze. Naturalmente anche uno dei punti critici, dal momento che ci si confronta e ci si può facilmente trovare a non avere la stessa interpretazione di come attuare lo yoga, talvolta addirittura di cosa sia.

Anche per questo l’etica ed il rispetto restano un tema attuale e purtroppo non sempre ‘agito’ dagli insegnanti di yoga, a partire dal trovare ogni scusa possibile per non pagare le tasse (“ho una asd e non ‘posso’ rilasciare ricevute sopra i 7500 euro..” per esempio. Non ‘puoi’? o forse non hai voglia di pagare le tasse dovute una volta superata quella cifra di fatturazione?) all’abusare, fisicamente e psicologicamente, dei propri allievi.

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare di una riflessione che ho fatto durante la pratica della brava Michaela Gamalero anche a seguito del workshop su tapas tenuto da Ysé Tardan-Masquelier. L’argomento della pratica era asmitā, l’ego, nel senso di ‘io sono’ ‘secondo me’ ‘mi piace/non mi piace’.

La pratica proposta da Michaela segue la scuola di Patrick Tomatis e Paolo Conte. Sapendo che molti dei partecipanti al suo workshop pratico sarebbero arrivati da scuole diverse, Michaela ha accentuato l’utilizzo del respiro in posizioni non complesse ma significative. E sapendo che il respiro ha una grande importanza anche in altri metodi yoga, ha voluto che questo respiro prendesse ritmi non usuali, che diventasse strumento di osservazione delle nostre tendenze a voler reiterare quello che già conosciamo, quello che crediamo di essere.

E così è stato, in effetti. Torsioni eseguite con l’inspirazione, apanāsana allontanando le gambe, chakravakāsana che iniziava e finiva con movimenti del collo hanno conferito ad una pratica di per sè semplice un sapore nuovo e complesso.

Mi sono ritrovata a pensare ‘che diavolo ci fa fare? questo è tutto sbagliato’ e poi riflettere che in fondo potevo anche accettare quella differente visione della pratica e vedere cosa succedeva. E quello che è successo è stato interessante, perchè mi sono ritrovata ad abbandonarmi alle istruzioni e ascoltare le differenti reazioni che queste suscitavano.

L’idea di Michaela era quella di aiutarci a capire quanto subdolamente asmitā agisce, in ogni nostra anticipazione delle istruzioni che ci arrivavano da lei, nella nuvola di avidyā che perennemente avvolge le nostre azioni e i nostri pensieri.

Molti concetti mi sono passati davanti durante l’esperienza. Da Śraddhā, la fiducia e l’affidarsi anche (sopratutto?) quando non si conosce ancora il risultato, a tapas come disciplina e ardore e iśvarapranidhāna come abbandono.

E su questi due punti mi è sorta una riflessione che spero non susciti sollevamenti di sopracciglia nei puristi. Nella esperienza della pratica con Michaela ho confrontato la mia natura di tapasvini, in tutto quello che faccio c’è ardore e disciplina, e il mio rapporto con iśvarapranidhāna inteso come un cedere il passo all’indescrivibile. Invertendo il respiro l’equilibrio della pratica si è spostato su una dimensione diversa, una morbidezza nuova e più profonda del semplice rilassamento muscolare. Iśvarapranidhāna era improvvisamente accessibile.

Allora mi è parso che in fondo tapas e iśvarapranidhāna occupino due estremi, che devono essere mediati da svādhyāya, l’osservazione di sè. Che per questo la triade del kriya yoga e degli ultimi tre niyama abbia questi termini in questo preciso ordine. Che tapas sia il punto di partenza e iśvarapranidhāna l’arrivo. O pensando a quanto Patañjali amasse le contrapposizioni, i contrappunti – dedizione e distacco, tensione e abbandono, forza e morbidezza, è possibile pensare iśvarapranidhana come il mondo oltre lo specchio, dove svādhyāya è la superficie di vetro piombato? 

Certo, posso banalizzare tutto pensando che, molto semplicemente, un insegnante di yoga ha una pratica personale ma troppo poco spesso pratica sotto la guida di altri, il che di per sè sposta la pratica su un piano diverso, ma credo che piano piano ci si muova, nella propria esperienza, verso campi più sottili e meno noti, se si abbandonano le certezze e le aspettative.

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L’Alba dello Yoga – Un seminario con Sri TK Sribhashyam

A fine luglio ho partecipato ad un seminario con Sri TK Sribhashyam, uno dei figli di Sri T Krishnamacharya. L’argomento del seminario è stato un approfondimento degli argomenti trattati nel suo libro sullo Yoga già pubblicato in diverse lingue e ora anche in Italiano, con il titolo “L’Alba dello Yoga” [Mursia, ISBN 8842551384].

Si tratta di un libro molto bello e completo, con una prospettiva dello Yoga più legata alla tradizione Vedica, almeno dal punto di vista meditativo, ottime schede tecniche di spiegazione di āsana e prānāyāma, e un grande numero di proposte di pratiche, nonchè alcune delle pratiche personali di Sri T Krishnamacharya.

Nel libro, quasi controcorrente rispetto a quello che ormai siamo abituati a sentire, Patañjali e i suoi Yoga Sutra non sono praticamente nominati. Si fa riferimento ai Veda e agli insegnamenti di Yajnavalkya, il cui trattato era un importante riferimento per Krishnamacharya.

Sono molto interessata a studiare con gli allievi diretti di Sri T Krishnamacharya, perché i suoi insegnamenti appaiono declinati in maniera così diversa dai suoi studenti, che quest’uomo rimane per me ancora un mistero.

In realtà, man mano che pratico e studio, mi rendo conto che alla base delle differenti proposte c’è una grande coerenza di insegnamento: l’importanza del respiro consapevole guida la pratica sia che essa si rivolga a ragazzini snodati che ad adulti incartapecoriti, il rispetto delle diverse possibilità umane è alla base del metodo, la fiducia nella pratica la guida e le dona forza ed energia, la pratica diventa un rituale verso stati meditativi profondi.

Ma gli insegnamenti ricevuti tendono sempre ad essere colorati dalla esperienza e personalità degli studenti, checché se ne dica o si voglia ammettere, pertanto è umano vederli declinati in maniera diversa, da Patthabi Jois a TKV Desikachar a Srivatsa Ramaswami, ad AG Mohan.

L’opportunità, creata con perseveranza da Steve Brandon di Harmony Yoga, di ascoltare un altro importante studente di Krishnamacharya e praticare sotto la sua guida, era troppo grande per poterla ignorare. Pertanto ho deciso di sforare il mio budget per l’anno e di iscrivermi al seminario di Sri TK Sribhashyam, ho prenotato volo e alloggio e ho atteso con aspettativa il momento, rileggendomi il libro e preparando alcune domande.

Ero anche molto emozionata perché in qualche modo sapevo che avrei affrontato una realtà diversa da quella se vogliamo ‘laica’ di altri workshop a cui ho partecipato. La lettura approfondita dell’Alba dello Yoga e il mio tentativo di leggere gli altri libri di Sribhashyam sul percorso bhakti mi avevano messo di fronte al mio istintivo rifiuto di tutto quanto porti la parola ‘dio’ e ‘devozione’. Ma l’approccio di Sri TK Sribhashyam é fermamente saldo nella tradizione Vedica, così come lo era l’approccio di Sri T Krishnamacharya, anche se spesso non ci si pensa. Quindi sapevo che in qualche modo la mia partecipazione a questo seminario sarebbe stata una sfida con me stessa, una verifica della mia apertura verso aspetti che – se mi spaventano tanto – devono essere estremamente importanti per me, credo.

Ammetto che mi è difficile mandare giù il concetto di iśvarapranidhāna se non inteso come impegno profondo nelle attività intraprese, andando oltre i propri interessi personali, definizione alla quale aderisco completamente. È il passo successivo sul quale mi sento incerta.. Ma sul problema di iśvara si ritornerà in seguito.

Che Sri K Sribhashyam sia un insegnante tradizionale si è capito presto, quando ha voluto ricevere in anticipo le domande che intendevamo rivolgergli, riservandosi la decisione sul dare o meno una risposta. Che sia un insegnante serio si è capito altrettanto presto, quando abbiamo ricevuto un documento prima del seminario che conteneva già molte risposte alle nostre domande e l’impegno ad espandere alcune spiegazioni durante il seminario.

Il seminario era organizzato con sessioni teoriche, pratiche e spazi per le risposte alle domande inviate precedentemente e alle domande sulle pratiche svolte nella giornata. Partecipavano anche alcuni suoi studenti di lunga data, e la gentilissima Brigitte Khan dimostrava le sessioni pratiche sotto la guida di Sribhashyam. Molti dei partecipanti erano insegnanti, o studenti di altre scuole.

Sribhashyam ci ha pertanto chiesto di ascoltare, lasciare da parte le nostre conoscenze precedenti, lasciar sedimentare quanto stavamo apprendendo e valutare in completa libertà l’utilità di continuare a praticare quanto appreso, una volta finita l’esperienza del seminario. Questo ha messo a tacere molte domande legate al confronto con esperienze precedenti, e mi ha ricordato quanto detto da Ramaswami in passato, riguardo alla lettura dei testi: prima leggi quello che l’autore ha da dire, svuotando la mente dai pensieri pre-esistenti, poi rileggi alla luce del tuo pensiero. Difficilissimo, già di per sé un esercizio meditativo.

Le sessioni pratiche erano basate su quelle proposte nel libro e a parte alcuni aspetti Sribhashyam non ha apportato correzioni alla nostra applicazione salvo alcuni punti fondamentali: che la postura in piedi fosse corretta, che le nostre schiene fossero ben dritte nelle posizioni sedute e che il nostro śitali fosse praticato correttamente. Ammetto di aver tirato un sospiro di sollievo quando ho passato la ‘prova’ di śitali.

Interessante quanto Sribhashyam ci ha chiesto esplicitamente: accetta la correzione, non pensare a perché vieni corretto, non confrontare con quanto imparato prima, non lasciare che la tua mente sia affetta dalla correzione. Vedi sopra!

Le pratiche cominciano e terminano con un prānāyāma, e presentano un aspetto molto importante, quello dell’osservazione a terra dopo ogni āsana o prānāyāma. Sribhashyam è stato piuttosto chiaro sul fatto che questo mettersi a terra non debba essere śavāsana, ma una posizione di attenzione con gambe unite se pur rilassate e braccia lungo il corpo, quello che conosciamo come urdhva mukha samasthiti, mantenendo ed osservando lo stato mentale acquisito. Fino ad oggi avevo riposato dopo serie di āsana, o in caso di vinyāsa faticosi. Il momento di ‘silenzio’ prima di ripartire è sempre stato fondamentale ma non mi capitava di osservarlo a terra dopo ogni singolo esercizio.

Poi si riparte con l’esercizio successivo. E si riosserva. La sensazione iniziale è di interrompere qualcosa, se questo fermarsi è tra posizioni in piedi, ma in realtà la sua utilità appare abbastanza presto. Vedremo più avanti che questo ‘fermarsi’ è fondamentale nel disegno e scopo della pratica. E questo fermarsi a terra aiuta a rendersi conto meglio di come lo stato mentale cambi durante la pratica, valutare l’effetto dell’āsana dopo averlo praticato e non solo durante.

Nonostante le pratiche prevedano (ovviamente?!) un vinyāsa per entrare ed uscire dall’āsana, ed alcune posizioni fossero proposte solo in dinamica, nonostante i respiri nell’āsana non fossero spesso più di tre, la sensazione é sempre stata quella di una pratica molto ferma, stabile. Devo dire che è da un po’ che sento la necessità di ‘fermarmi’ e come spesso accade, Sribhashyam è arrivato al momento giusto.

Ho anche trovato molto interessante, dal punto di vista pratico, che il numero di ripetizioni o di respirazioni nelle posizioni sull’addome non superasse il numero di tre. In effetti queste sono posizioni intense con un effetto forte, ‘scaldano’ molto più di altre e possono turbare l’effetto totale della pratica. Sribhashyam ha introdotto brevemente il concetto ayurvedico di shitha, ushna e shithoshna, che mi hanno ricordato i concetti di langhana e brhamana appresi precedentemente (ecco subito la mente che cerca appigli e confronti con quanto imparato prima e non lascia che il nuovo entri completamente!!!). Una pratica deve portare ad un perfetto equilibrio tra azioni shitha (calmanti, rinfrescanti) e ushna (stimolanti, riscaldanti) perché non possiamo creare squilibri. Nel disegno di una pratica secondo gli insegnamenti di Sribhashyam, il numero degli āsana, ed in particolare di certi specifici āsana, è dettato dal numero di respiri eseguiti nel prānāyāma. Anche Claude Maréchal nel suo seminario di revisione ha sempre riportato il numero totale di respiri di una pratica, oltre ovviamente al numero di respiri nei singoli esercizi, per aiutare a giudicarne l’equilibrio.

Abbiamo lavorato molto su Dhārana, possiamo tradurre questo termine come concentrazione, e l’approccio offerto da Sribhashyam si è basato sul percorrere ad occhi chiusi alcuni punti vitali lungo il corpo. Questi punti sono molto simili a quelli descritti nello Yoga Yajñavalkya ma con alcune differenze, la scelta forse legata alla sensibilità di Krishnamacharya nelle sue esplorazioni personali della pratica?

Lo sguardo ad occhi chiusi risale durante l’inspiro, dagli alluci lungo il corpo, soffermandosi su alcuni punti vitali lungo le gambe, il torso, la gola, su su su fino a naso, fronte e sommità della testa. Non si tratta di visualizzare un punto anatomico né tantomeno di entrare nel corpo, ma di seguire un filo immaginario che congiunge gli alluci alla punta del naso. Non si tratta di immaginare con la mente questi punti ma di seguire fisicamente, con gli occhi chiusi, il percorso lungo il corpo. Nell’espiro la focalizzazione si ferma su alcuni punti del torso o della testa, Mula, Hrdaya, Nāsāgra, Bhrumadhya a seconda della pratica. Secondo Krishnamacharya i punti situati tra Mula e Śīrśa hanno un maggior valore spirituale. I punti più bassi, come gli alluci, sono legati alla sfera sensoriale, li passiamo in rassegna ma non ci soffermiamo su di essi, dal momento che la pratica deve spingerci ‘oltre’.

Rispetto allo Yoga Yajñavalkya, Krshnamacharya/Sribhasyam privilegiano, aumentandone in proporzione il numero, i punti vitali più alti rispetto alle parti basse del corpo. Cerchiamo di sganciarci dalle sensazioni fisiche legate al corpo. E quando in paschimottanāsana cerchiamo di portare il naso sulle ginocchia a tutti i costi, curvando la schiena, non facciamo altro che obbedire al richiamo della sensazione fisica. Ma queste posizioni sono chiamate uttana, dobbiamo estenderci, Mula to Śīrśa, la schiena deve essere dritta ed estesa.

Oppure lo sguardo si ferma all’infinito dell’orizzonte, Tāraka. E questa focalizzazione è il preludio all’avvicinarsi allo stato meditativo. Tāraka è il punto in cui si invoca il Divino.

Su questo punto ho avuto un attimo di sconforto all’affermazione vigorosa che Dhyāna può solo essere possibile quando lasciamo che la mente si riempia del Divino. In Dhārana riempiamo la nostra mente con l’oggetto lasciando un piccolo spazio che poi in Dhyāna viene ad espandersi, tutto lo spazio viene riempito dal Divino.

E se non abbiamo un Divino? Ecco, mi sembra di aver capito che Dhyana non sia veramente possibile, in una pratica legata alla tradizione Vedica. Sribhashyam ha suggerito l’evocazione del Disco Solare, dal momento che per tutti il Sole rappresenta la possibilità della Vita, nelle pratiche che abbiamo svolto con lui, per chi non ha una fede definita da seguire.

E del resto, come dice un amico, milioni di Buddhisti nello scorso paio di migliaio di anni potrebbero dissentire su questa definizione… uno stato meditativo non legato all’evocazione del Divino deve essere possibile. Così ho scoperto che è proprio questa parola che mi spaventa. Se sostituisco alla parola Divino la parola Realtà, mi sento molto più a mio agio. Sciocco, no? Pensare come una parola possa definire il nostro stato mentale. Eppure è proprio questo che forse intende Patañjali quando dice che gli oggetti ci danno una forma che non è la nostra vera forma.

In questo seminario ho pertanto confermato come le sovrastrutture culturali abbiano davvero un impatto fortissimo sulla mente, come sia talvolta necessario cambiare un po’ le carte in tavola per lasciare che la mente accetti quello che le viene proposto.

Sribhashyam ha parlato molto del Movimento/Non-movimento, la pausa del respiro, la pausa tra le parole di un discorso, la pausa prima della scelta tra due cibi, ha parlato del nostro attaccamento al movimento e alle percezioni sensoriali, che ci rassicurano sulla nostra esistenza, e della nostra paura di fermarci, di entrare in quella sospensione dove risiede la Realtà con la R maiuscola, che non è la realtà del fragore quotidiano, della ricerca continua di sensazioni ed emozioni. Solo quando abbandoniamo sensazioni ed emozioni possiamo entrare nel Non-movimento del non-respiro e della meditazione.

Per questo nella pratica dello Yoga non dovremmo ricercare le sensazioni fisiche, ma andare oltre. La percezione del corpo per quanto interessante ed appagante possa essere, è un’altra forma di movimento. Anche se il corpo è fermo ma ci soffermiamo sulle sensazioni, siamo in pieno movimento mentale.

Per questo il lavoro sul respiro è così importante. Imparando ad allungare volontariamente il respiro, ad equalizzare inspiro ed espiro, cambiamo anche il nostro respiro inconscio e ci prepariamo, se così si può dire, all’accadere della sospensioni spontanee. Perchè la Realtà con la R maiuscola non è nell’apnea di Jacques Mayol, ma nella sospensione spontanea del respiro

Una pratica efficace deve quindi occuparsi di portarci verso il Non-movimento, che troviamo nella meditazione o nelle pause spontanee del respiro. Ci spostiamo dal fisico all’emozionale, dall’emozionale allo spirituale. Usiamo gli āsana per ridurre i movimenti del corpo non necessari, non importa quanti ne facciamo, ma il numero totale di respiri, che è nel disegno della pratica correlato al numero totale di respiri nel prānāyāma. Usiamo le mudrā per padroneggiare l’attività emozionale. Per questo sarvangāsana e sirsāsana sono teoricamente imprescindibili (anche se nel libro troviamo proposte di alternativa). Usiamo prānāyāma per padroneggiare gli impulsi fisici, per iniziare a prepararci alla pratica spirituale. Per questo il prānāyāma è imprescindibile e tra i prānāyāma nadi shodana è essenziale. Può anche costituire una meditazione in sé, soprattutto se rendiamo il respiro leggerissimo. Ed è per lo stesso motivo che una pratica che comincia con il prānāyāma ci avvia già verso l’indirizzo giusto, e Krishnamacharya iniziava sempre le proprie pratiche con un prānāyāma.

Una pratica costruita in questo modo diventa un rituale, un modo per creare una disciplina spirituale. Dell’importanza del rituale ho già parlato in un altro post, di come lo troviamo al tempo stesso sottile e forte e nella scuola di TKV Desikachar. Un rituale è – soprattutto per gli indiani a cui Krishnamacharya si rivolgeva primariamente – un’ingiunzione che non può essere ignorata o alterata.

Nel momento in cui altero un rituale che mi è stato assegnato, nel momento in cui opero una scelta il mio lato emozionale entra in gioco, proprio il contrario di quello che voglio fare in una pratica che mi deve portare alla quiete.

È stato un seminario molto importante per me, queste note sono una minima parte degli spunti di riflessione che ho avuto e su cui sto ruminando, forse queste note riportano anche la parte più ovvia, sicuramente la più facile da trascrivere; potrei scrivere ancora pagine e pagine ma credo che vi annoierei e comunque ci sono aspetti per i quali leggere note scritte da un altro, senza essere stati presenti all’esperienza, lascia il tempo che trova. Forse anche quanto ho scritto sopra, è banale, non so.

Diciamo che ho ritrovato nelle parole e nelle pratiche proposte da Sri TK Sribhashyam quello che penso sia il Krishnamacharya originale, credo a quanto dice Sri TK Sribhashyam che questo era il modo in cui suo padre praticava, non necessariamente quello che insegnava agli altri, anche ripensando alla lettura dello Yoga Makaranda, quanto ascoltato ed esperito risuona autentico e personale.

I pressoché nulli riferimenti a Patañjali inizialmente stupiscono, pensando all’importanza degli Yoga Sutra nella trasmissione dell’insegnamento da parte di altri suoi allievi, ma occorre credo tenere conto del fatto che forse per Krishnamacharya questo testo non aveva l’importanza che gli è stata data in seguito, quando la base di studenti meno legati ai Veda è aumentata.

È stata un’esperienza molto importante, che mi ha messo davanti ad alcune problematiche che dovrò affrontare in questo percorso, e che mi ha dato alcuni strumenti molto utili sia per l’insegnamento che – soprattutto – per la mia ricerca personale.

Sono contenta di essere stata invitata.

Il sito della scuola: http://www.yogakshemam.net/English/homepage.html e la versione italiana: http://www.yogakshemam.net/Italian/homepage.html

 

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Un grande maestro è andato.

Questa notte, mattino presto in India, Sri TKV Desikachar ha lasciato questa vita.

Non ho avuto la fortuna di incontrarlo direttamente ma i suoi libri, Il Cuore dello Yoga che ho incontrato all’inizio del mio percorso verso l’insegnamento, e il più completo Yoga e Religiosità che ho letto dopo, hanno trasformato la mia comprensione di questa disciplina.

L’efficacia del suo utilizzo raffinato del vinyasa mi è stato reso poi evidente dai maestri con cui ho studiato, suoi allievi.

Attraverso gli insegnamenti di questo grande maestro lo Yoga si è trasformato in un approccio alla vita e alla relazione con gli altri.

Supportato dallo studio di un testo difficile come gli Yoga Sutra reso per la prima volta comprensibile attraverso il suo commento, e dall’uso rispettoso del respiro e del corpo nelle sue diverse espressioni (carne ed ossa, voce…) lo Yoga può diventare davvero uno strumento verso la comprensione della Realtà.

Posso solo sperare di essere in grado di trasmettere quanto ho compreso dei suoi insegnamenti, dai suoi scritti e dagli insegnanti con cui ho studiato.

La capacità di rendere accessibile a tutti, senza intellettualismi, limitazioni culturali o privilegi dettati dall’avere un corpo flessibile, una disciplina difficile e trasformativa come lo Yoga: questo almeno ci deve rimanere e dobbiamo saper trasmettere a nostra volta.
Che Sri possa avere una felice rinascita.

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Un’intervista con T.K.V. Desikachar

L’altra settimana Leslie Kaminoff ha ripubblicato una vecchia intervista che aveva registrato con TKV Desikachar in previsione del centesimo anniversario dello Yoga in America (1993). Tanti argomenti diversi, l’identità, la tradizione, la sofferenza, le diverse culture… ho pensato che una traduzione potesse essere utile a chi non legge l’inglese con facilità. In ogni caso in fondo trovate il link alla pagina di Leslie.

 

Desikachar: La scorsa settimana, Leslie mi ha invitato a parlare alla grande conferenza Unità nello Yoga del maggio 1993. Il tema della conferenza sembra essere quello di onorare le persone che hanno fatto tanto per lo Yoga negli ultimi 100 anni, e anche guardare al futuro dello Yoga. Ho suggerito che invece, forse possiamo fare qualcosa qui a Madras, in quanto è più facile perché siamo entrambi qui ora.

(risata)

 

Leslie: Così ho preparato alcune cose …

 

Desikachar: Prego.

 

Leslie: Come hai appena detto, il prossimo anno in America abbiamo scelto di vedere il 1993 come il centesimo anniversario dello Yoga in America. La ragione di questo è che 100 anni fa nel mese di settembre del 1893, Swami Vivekananda ha presentato la filosofia Vedanta ad un vasto pubblico al Parlamento Mondiale delle Religioni. Cosa diresti agli yogi americani sul secolo passato del nostro coinvolgimento negli insegnamenti orientali, in particolare dal momento che tutto è iniziato con uno Swami Vedanta che ha presentare a un parlamento delle religioni.

 

Desikachar: Beh, io sono stupito di questo interesse. In realtà, io non sapevo che fosse 100 anni fa, che il nostro grande maestro Swami Vivekananda è andato al vostro paese e ha parlato. Tutto quello che posso dire è che riflette l’interesse dell’America circa il nostro grande patrimonio. Dopo aver imparato tanto dall’Ovest, voglio ringraziare l’Occidente per l’interesse. A causa del loro interesse, abbiamo imparato molto sulla nostra eredità, quindi sono molto grato.

 

Leslie: parli di quel patrimonio, ma tuttavia ci sembra essere una mescolanza continua di Vedanta e Yoga nel modo in cui viene presentato in Occidente. C’è un’associazione religiosa induista con lo Yoga che molti insegnanti stanno promuovendo, implicitamente o esplicitamente. Quindi sono curioso di sapere cosa vorresti che la gente sapesse per quanto riguarda la distinzione che la tua tradizione fa tra Yoga e Vedanta.

 

Desikachar: Quando ero un ingegnere, Leslie, il mio capo era dalla Danimarca, e abbiamo sempre pensato che fosse un esperto in progettazione strutturale, perché era il nostro capo, e quella era una società dove eravamo esperti nella costruzione e progettazione di strutture . Oggi è la migliore azienda in India e ho sempre pensato che fosse un esperto nel mio campo, che è l’ingegneria strutturale.

 

Così solo più tardi sono venuto a sapere che era un esperto di pesca! Sembra che l’unico modo in cui poteva venire in India era come un esperto in un campo in cui non abbiamo esperti!

(risata)

Così, ha ottenuto il suo permesso di lavoro per venire in India e lui era il nostro “esperto strutturale”. Non ho mai saputo che era un uomo di pesca.

 

Quindi quello che sto cercando di dire è che quando le persone vengono nel nostro Paese dall’Occidente, assumiamo molte cose –che sappiano molto di tecnologia – che siano esperti in computer –che siano molto bravi in inglese –che sappiano tutto quello che l’Occidente rappresenta -et cetera. Spesso cercano di rispondere a queste aspettative, quindi non possiamo biasimarli perché ci aspettiamo che siano così. Forse non vogliono deluderci. Credo che questo funzioni in due modi – più ignoranti siamo più questo accade.

 

Ma i fatti restano fanno che lo Yoga è un sistema diverso, il Vedanta è un sistema diverso, e ci sono sei sistemi basati sul patrimonio indiano chiamato i Veda, e noi non neghiamo che il Vedanta è uno di questi sistemi con l’induismo, ma non è lo Yoga.

 

Devo dire ancora una volta che per diversi motivi, tra cui questo stress sull’induismo, i Sutra Vedanta confutano lo Yoga. A causa dell’atteggiamento Patanjali che ha di Dio, ad esempio, la creazione, etc.. quindi i Vedanta Sutra confutano lo Yoga. Il sutra è “Etena yogah pratyuktah” (V.S. Chap.II, sec.I, Sutra 3). Quindi vi è una chiara distinzione tra Induismo, Vedanta e Yoga.

 

Leslie: Qual è il significato letterale di tale sutra?

 

Desikachar: “Attraverso quello che abbiamo spiegato, abbiamo confutato lo Yoga.” Quello che hanno detto è che lo Yoga parla di Ishvara come insegnante, ma lo Yoga non dice Dio ha creato questo mondo, lo Yoga non dice tutto torna a Dio , lo Yoga non dice c’è una cosa e una cosa sola e che è il Dio Brahma. Questa parola Brahma non esiste negli Yoga Sutra, quindi queste sono questioni molto fondamentali.

 

Questi problemi sono importanti per i Vedantin che credono nella realtà di quel Brahma. Lo Yoga non ha nemmeno la parola, per non parlare di ciò che Brahma è.

 

Lo Yoga di Patanjali parla di Ishvara come possibile entità, forse il miglior insegnante, il primo insegnante, ma non parla di un Dio che ha creato questo mondo. Egli parla solo di ciò che dobbiamo fare con la mente, e se Dio aiuta la mia mente come un punto di concentrazione, bene, Dio va bene per me, ma se Dio non aiuta la mia mente, dimentichiamocelo, cerchiamo qualcos’altro . Questo non è facile per un hindu come me.

 

Sono sorpreso che questo non sia evidente per molte persone, perché queste presentazioni non sono le mie presentazioni, nemmeno le presentazioni di mio padre, nemmeno 100 anni fa. Vyasa ne ha parlato che nei suoi Vedanta Sutra (200 dC?). Questo è molto importante per noi da sottolineare, che lo Yoga non è la religione hindu. Lo yoga è un sistema che aiuta la mente e gli hindu possono utilizzarlo come hanno fatto, e chiunque può utilizzarlo.

 

Leslie: gli atei possono usarlo, gli agnostici possono usarlo …

 

Desikachar: Sì, sì. Krishnamurthi praticava lo Yoga. Persone che rifiutano tutti i sistemi hanno praticato yoga.

 

Spero di essere stato chiaro, e mi dispiace per questa confusione. Un sincero scusa che noi indiani non abbiamo reso questo punto chiaro.

 

Leslie: Una questione collegata potrebbe riguardare i diversi concetti di ego. Sembra che ci sia confusione sul concetto di ego, dal punto di vista dello Yoga e dal punto di vista occidentale. È possibile per chiarire cosa si intende nello Yoga con il termine ‘ego’ o il termine che viene tradotto come ‘ego’, e quale ruolo esso svolge nel processo e nell’obiettivo finale dello Yoga.

 

Desikachar: Per quanto riguarda queste domande, il mio riferimento è Patanjali. Voglio essere molto chiaro su qesto, perché questo è il testo sullo Yoga. Ci sono migliaia di testi antichi di Yoga ma il testo più importante, il testo più accreditato, il testo fondamentale sulla Yoga è Patanjali. Quindi la mia risposta si basa ora su i suoi insegnamenti, l’insegnamento molto pratico di Patanjali.

 

Ora, a causa della vicinanza tra il parlare di Patanjali e ciò che è conosciuto come Samkhya, che è un’altra delle nostre scuole, in qualche modo questa parola ‘ego’ è entrata nel campo dello Yoga. Per quanto ho capito, anche se l’ho usata anche io, non vi è alcuna parola chiamata ‘ego’ nello Yoga. La parola ‘ego’ stessa non compare nella Yoga Sutra di Patanjali. Lo fa?

 

Leslie: Si riferisce a Ahamkara?

 

Desikachar: Non c’è la parola Ahamkara negli Yoga Sutra. Si va dal primo sutra al Sutra 195 – non vi è alcun Ahamkara in tutti gli Yoga Sutra. Alcune persone hanno usato quella parola, ma non è colpa di Patanjali.

 

Leslie: Vyasa ha usato quella parola nel suo commento? …

 

Desikachar: Sì, questo è ciò che voglio dire … alcune persone potrebbero avere usato … .Io potrebbero aver usato, ma secondo l’autorità (Patanjali) non vi è nulla. Ma c’è un concetto interessante nello Yoga ed è l’associazione: mi associo con certe cose.

 

Ad esempio, “Io sono il figlio di un grande Yogi, sai”, si tratta di un’associazione. “Sono una persona molto istruita.” “Ho insegnato yoga per tanti anni”, “Io sono un esperto”, e così via. Tutti noi abbiamo queste associazioni. Ora queste associazioni potrebbero essere buoni associazioni o le cattive associazioni. Ad esempio, posso dire, “Sono molto fortunato ad avere la benedizione di mio padre”, anche queste sono associazioni. “Quando penso a lui non sono nessuno, lui è così grande e sono molto piccolo”, questo è un tipo di associazione.

 

Così Patanjali parla di queste associazioni, le associazioni buone e le associazioni cattive, Asmitā, si parla di Asmitā. Quindi questo Asmita potrebbe essere buono, potrebbe essere non buono. Ora spesso la parola Asmitā è confusa ad indicare lego, in modo che quando si studia Yoga Sutra si impara che abbiamo una buona associazione e cattive associazioni.

 

Ad esempio, se mi trovo in uno stato di meditazione, sono completamente assorbito nell’oggetto della mia meditazione, anche questo viene chiamato Asmitā. Così è l’obiettivo della mia vita essere in quello stato. Supponiamo che io sia abituato a un certo modo di comportarmi, perdere la calma, diventare irritato, anche questo un Asmitā perché sono fortemente associato ad alcuni dei miei cattivi kleśa che non sono considerati degni di essere conservati.

 

Patanjali è molto intelligente su questo. In primo luogo, non ha mai usato la parola ego. In secondo luogo, parla solo della mente. Mente con buone e la mente con cattive associazioni. Una è desiderabile, l’altra non è auspicabile. Così nello Yoga non abbiamo nemmeno abbiamo questo problema.

 

Leslie: Così, lo Yoga parlerebbe solo di una raccolta di associazioni tra la mente e alcuni oggetti, ma non di un’identità distinta o una entità in sé e per sé, che può essere isolata come un ego. Sto capendo correttamente?

 

Desikachar: Non credo che l’ego possa essere tirato fuori da una tasca e messo qui. Mi piacerebbe vedere una dimostrazione in cui l’ego può essere preso dalla tasca e tenuto – “. Questo è il mio ego” Perché la stessa parola Ahamkara è stata definita da mio padre “dove qualcosa che non è me, è considerata me.”

 

In base a questo, per capire l’ego devo capire me stesso. Devo capire ciò che non è me stesso. Quante persone hanno la fortuna di capirlo? Così, senza capire quello, come posso anche portarlo fuori dalla mia tasca e metterlo da qualche parte?

 

Così nello Yoga non siamo preoccupati da questa domanda. Siamo abbastanza soddisfatti dal momento che non abbiamo un problema di ego!

(risata)

 

Leslie: Ciò chiarito, cosa ha allora da dire lo Yoga di Patanjali sulla natura dell’identità di un individuo?

 

Desikachar: Sì, è possibile. Abbiamo le identità e queste identità sono associate con quello che è successo a noi in passato e ciò che pensiamo di noi stessi. Fino a che punto questa identità rappresenta davvero la mia vera natura, che è fondamentalmente un carattere pacifico, uno stato dell’essere in cui vi è una certa felicità, dove ho chiarezza sulle cose, non so. Quindi, le identità potrebbero essere due: l’identità sbagliata e l’identità corretta.

 

Leslie: e l’identità giusta è fondamentalmente …

 

Desikachar: Sì. Identità sbagliata per esempio è per me presumere che perché: parlo inglese, sono stato a una formazione tecnica, sono molto capace nelle relazioni pubbliche, e ho un sacco di studenti, inizio a credere che forse sono anche meglio di mio padre. Dopo tutto, non è andato al college di ingegneria, non parlava inglese, lui non ha il numero di studenti che ho io, non è mai andato all’estero come ho fatto io e lui non ha il conto in banca che ho, quindi non si avvicina nemmeno a me. Questa è una falsa identità.

 

Leslie: Non sei contento non citerò questo che fuori contesto ?!

(risata)

 

Desikachar: Pui fare quello che vuoi, perché è bianco su nero e non ho alcun problema di ego.

(risata)

 

Leslie: Beh, parlando di problemi di ego, nella tua ampia esperienza di questi ultimi 20 o 30 anni di insegnamento 1 a 1 agli studenti, sia occidentali che indiani, hai trovato che il concetto di arrendere l’ego è utile o dannoso per le persone, quando sentono il concetto che arrendersi è qualcosa che porterà loro pace?

 

Desikachar: Molte persone hanno provato. Non ha funzionato.

(risata)

Il problema, che si tratti di indiani o altri, è perché, “Che cosa è che sto arrendendo? Io non so nemmeno cosa sto arrendendo! ”

 

Se è il mio esercito, lo so. È come in una guerra quando ciò che accade è che ci arrendiamo al vincitore. Quindi, prendiamo la spada o la pistola e la poniamo ai piedi dell’altro uomo.

 

Leslie: questo è chiaro …

 

Desikachar: Sì, si può prendere una fotografia o un video come in Bangladesh. Spesso abbiamo visto come l’esercito pakistano ha dovuto cedere agli indiani. Abbiamo questo in guerra, ma anche allora a volte non è chiaro.

 

Questa non è una situazione molto felice e mi dispiace se le persone stanno cercando di arrendersi e poi si sentono male per questo, perché per prima cosa non sanno quello che stanno arrendendo, e in secondo luogo sentono di essersi arresi. Non si può davvero verbalizzare questi fenomeni, è qualcosa di molto più profondo.

 

Lascia che ti faccia un esempio. Alcuni dei miei amici hanno promesso di rinunciare al caffè. Faccio un lavoro semi-medico come sai, Leslie, dove si consiglia la gente di un paio di cose e, per esempio, in alcuni casi diciamo: “Forse hai un fegato che non funziona bene, e dovresti rinunciare al caffè perché ha effetti collaterali.” Così dicono: “Signore, quando dice che è per la mia salute io sono pronto a fare qualsiasi cosa! Sono così malato sono pronto a rinunciare a a qualsiasi cosa! ” Io rispondo:” Oh, per favore se non puoi rinunciare, non farlo, perché io sono una persona molto pratica.” Loro rispondono: ” Sì, nessun problema signore. Posso rinunciare!” Il giorno dopo dicono alla loro famiglia,” Basta caffè! ”

 

Passano uno o due giorni passano e poi sai che cosa succede? L’odore del caffè che ti attira – e ognuno sta prendendo il caffè – e la gente ti offre anche il caffè – e desideri il caffè – ma hai rinunciato! Così vedi, per un giorno, due giorni, tre giorni, riesci a rinunciare, ma lentamente, prima ancora di rendersene conto, il caffè viene a te e poi finalmente prendi il caffè. Ora ti senti come un ladro a prendere la tua tazza di caffè!

 

Che peccato che ti debba sentire come un ladro a prendere la tua tazza di caffè!

 

Poi si va a incontrare l’insegnante e lui dice: “Allora, il caffè?” Ora hai due scelte. Uno è di dire una bugia e sentirsi male per questo, o due di dire la verità e sentirsi male per questo. Tante volte le persone si sentono così male. Non perché ho chiesto loro di rinunciare al caffè, hanno voluto rinunciare, ma semplicemente non potevano.

 

Quindi il discorso dell’arrendersi è così. Devo essere molto preparato all’interno perché questo accada. Non è semplicemente come dar via un foglio di carta bianca – non è possibile. Questo è il motivo per cui in India grandi maestri come mio padre hanno detto che l’atto di resa è l’ultima fase della vita di una persona. Si chiama Prapatti.

 

Prapatti non è possibile per un giovane. Si deve passare attraverso un sacco di evoluzione – si deve soffrire molto – si deve sperimentare la vita – si deve godere la vita, e poi uno deve costruire la devozione. Poi, forse alla fine di tutta la storia, forse la resa è finalmente possibile. Quindi è un progetto a lungo termine. Non è un progetto di un giorno per essere veramente un atto di resa.

 

Leslie: Credo che si debba effettivamente avere qualcosa che hai contattato nella tua vita, per poterla arrendere.

 

Desikachar: Sì. Beh, come ha detto l’altro giorno, “posso solo rinunciare a quello che ho e quello che so.” Se non ce l’ho e non so, il mio rinunciare è una cosa falsa come quando i politici dicono di non essere corrotti – non è vero.

(risata)

 

Leslie: Quindi, se dovessimo fare una dichiarazione radicale qui, potremmo dire allora che un modo utile di praticare lo Yoga sarebbe per lo scopo di creare un ego o una identità forte e integrata?

 

Desikachar: Senza usare la parola ego, perché so molto poco di questo.

 

Leslie: Identità, forse, allora.

 

Desikachar: Tutto quello che voglio dire è; “Devo sapere qualcosa su di me prima di sapere quello che sto facendo con me stesso.” Questo direi.

 

Leslie: Questo mi ricorda una discussione che Paul (Harvey) ed io stavano avendo ieri sera. La domanda che volevamo farti è questa; “Senti che in Occidente il ruolo di Yoga stia enfatizzando o debba enfatizzare l’interezza piuttosto che la trascendenza?”

 

Dal momento che il tema di questa intervista è il futuro dello Yoga, vorresti vedere insegnanti di Yoga in futuro avere una migliore comprensione di questa necessità di sviluppare un’identità integrata?

 

Desikachar: Quello che vorrei dire su questo è confessare che non ho l’autorità per dire qual sia la cosa migliore per l’Occidente. Vengo dall’India, e posso parlare solo per me. Posso dire quello che lo Yoga ha fatto per me.

 

Lo yoga mi ha aiutato a scoprire la mia tradizione, sia la grandezza che la debolezza della mia tradizione. Lo yoga mi ha aiutato a conoscere qualcosa di me – il mio lato buono e il mio lato cattivo. Lo yoga mi ha anche aiutato a portarmi al mio maestro. Perché non posso dire che lo Yoga sia qualcosa che ho potuto scegliere da solo. Ho avuto l’aiuto di un grande maestro. Le mie associazioni con il mio insegnante includono avendo soggiornato con lui, vissuto con lui, averlo lavato, e aver imparato da lui.

 

Ciò che lo yoga ha anche fatto è ridurre in una certa misura il mio lato cattivo e mi ha davvero dato qualche speranza di avere un lato buono. Ha inoltre mi ha reso felice di apprendere che la mia tradizione indiana è molto grande. Ha un sacco di cose buone e so anche che un sacco di cose della mia tradizione non hanno alcuna rilevanza oggi.

 

Questa è la mia scoperta attraverso lo Yoga. Come posso rispondere a ciò che lo yoga può fare per l’Occidente? Solo l’Occidente può rispondere a questo.

 

Leslie: Quali sono alcune delle cose che hai scoperto circa la tua tradizione che non sembrano esserti utili, e cosa ne pensi del concetto di preservare una tradizione in primo luogo perché è vecchia?

 

Desikachar: Ad esempio, non sono in grado di avere il tipo di disciplina che mio padre ha avuto. Ovviamente non ho le facoltà che ha avuto e probabilmente non le avrò mai. Quello che poteva fare con il suo corpo a 90 anni – non credo di essere in grado di farlo ora!

 

E anche, il modo in cui esprimeva la sua devozione al suo Dio – seduto e offrendo le sue preghiere per ore – io non sono in grado di farlo perché la mia vita è così diversa dalla sua. Mentre lo stimo, io non vivo come lui.

 

Tra me e mio padre, c’è un divario di 50 anni, e lo Yoga è una tradizione molto vecchia – almeno 1000 anni, così come posso pretendere di rappresentare gli Yoga Sutra di Patanjali quando non riesco nemmeno a rappresentare il mio insegnante?

 

Tante cose che ha espresso attraverso la sua vita non sono possibili per me. Molte cose che ha fatto sono irrilevanti per me. Ha parlato in sanscrito e io parlo in inglese. Un’occhiata a queste semplici cose: mi sedevo sul pavimento con lui – ora sono seduto con te dall’altra parte del tavolo. Quindi le cose sono cambiate e questo è quello che ha sempre detto: “Le cose si stanno modificando – molte cose, molte cose.”

 

Guarda la fotografia di mio padre – aveva sempre avere il suo segno sulla fronte, aveva un ciuffo, indossava una camicia solo quando era molto freddo. Non ho un segno sulla fronte. Non ha alcun senso per me – non ho un ciuffo perché non ne ho mai avuto uno e io sono il 90% più occidentale rispetto a mio padre. Indosso abiti occidentali, parlo inglese. Quindi è chiaro è cambiato molto e anche se ho molto rispetto per la tradizione, i dettagli della tradizione hanno perso il loro significato.

 

Quando vedo i miei colleghi ed i miei studenti, è importante ricordare che una cosa del genere accade sempre, anche in India. Così, ora sto dando un modello in cui c’è un padre, un figlio e allievo, e c’è un sacco di irrilevanza in ogni fase. Allo stesso tempo, c’è qualcosa di costante – cioè, vogliamo migliorare noi stessi e vogliamo imparare qualcosa sulla nostra tradizione. C’è qualcosa di buono qui, e probabilmente siamo in grado di aiutare le persone attraverso questa tradizione, ma non a parole, non necessariamente neanche in azioni, ma nello spirito.

 

Per quanto riguarda il preservare le tradizioni, non capisco come posso preservare la tradizione di mio nonno perché ho poche foglie di palma su cui il padre di mio padre aveva scritto alcune parole in una lingua che non capisco. Mio padre li avrebbe letti, li avrebbe tenuti a cuore, e li avrebbe mantenuti con molta attenzione. Questo è qualcosa che aveva ricevuto da suo padre, e ora io ho tenuto, ma non ha alcun senso per me, lo sai, quindi non posso mantenere questa tradizione.

 

C’è un foglio di carta in cui un bellissimo versetto è scritto nel modo di mio padre. Lo teneva in vita recitandolo, meditando su di esso. Ora sto solo mantenendo il foglio di carta, e di fatto, se mi chiedi dove si trova, devo chiederti di darmi tre giorni di tempo, perché devo cercarlo.

 

Così come può il presente conservare il passato? Non capisco – posso solo – come è stato detto – proteggere il contenitore. Paul stava dando il bellissimo esempio di un contenitore, e conservare meravigliosamente il contenitore morto. Quello che è dentro, non lo so e non so nemmeno se esiste qualcosa dentro, così che cosa sto preservando se si tratta di un contenitore vuoto? Preservare il contenitore senza il contenuto è come un museo. Sai che non sto parlando di archeologi, sto parlando come una persona vivente – una persona che vive nel presente.

 

Leslie: Questa è una analogia molto buona. Credo che molte persone siano diventate archeologi culturali, religiosi, o dello yoga, piuttosto che persone in grado di creare qualcosa da loro stessi nel presente. Io assumo che ciò che era disponibile ai rishi, o ai grandi maestri del passato, è ancora disponibile in questo momento attraverso i nostri sforzi creativi.

 

Desikachar: Sì- ed è l’idea di base di Parampara. Parampara è quello di mantenere una continuità dal passato al futuro – non per fare rivivere i miei antenati – perché non è possibile, i miei antenati sono morti, e presto morirò anche io. Così è continuare il sutra, il filo che era lì – che è lì – e sarà lì; questo è Parampara.

 

Così il filo è che l’uomo soffre, l’uomo è alla ricerca della pace – questo è il filo. Come farlo soffrire di meno – sta a noi trovare quello che lo aiuterà a seconda della situazione. Siamo in un certo modo in India – in Occidente forse è diverso, forse non si può fare. Questa tradizione di sofferenza umana e della ricerca di felicità continuerà, che la conserviamo o meno, sarà sempre lì, ma sta a me decidere quello che ne faccio.

 

Leslie: È così che descriveresti ciò che rimane costante come lo spirito degli insegnamenti?

 

Desikachar: I miei antenati, me stesso, e si spera i miei figli e nipoti avremo qualcosa in comune. Essere preoccupati per alcuni problemi umani.

 

Hanno parlato di Dukha (sofferenza). Hanno parlato di Dukha tante migliaia di anni fa, ora se ne parla di, e ancora domani ne parleremo. Quindi, queste sono costanti. Questo bisogno di una persona di essere felice – questa esigenza di una persona di non provare sofferenza è una cosa costante. Poi i dettagli derivano da cosa deve essere fatto – quali mezzi impiegare secondo la presente situazione.

 

Leslie: Hai appena citato la ricerca della felicità e l’evitare la sofferenza. Ora, a me, sembrano essere due motivazioni distinte. Esiste un modo di cercare la felicità per se stessa, non come un modo di evitare ciò che è sgradevole o intollerabile nella nostra vita?

 

Desikachar: Con dovuto rispetto a quello che stai dicendo il modo in cui ho capito Yoga Sutra è la seguente:

Gli Yoga Sutra è un testo straordinario per le persone come noi – la gente comune. Gli Yoga Sutra prendono molte energie per spiegare come non possiamo fare a meno di soffrire, come non possiamo sfuggire la sofferenza. Non importa in quale direzione si va, da questa o da quella parte ci colpirà. Se andiamo a leggere il secondo capitolo (Y.S. II.15), a causa della mia condizione – a causa della evoluzione – a causa dei miei desideri – a causa della natura del cambiamento, ci sarà garantito Dukha. “Sarvam Dukham vivekinaha” (tutto è sofferenza per il saggio, NdT). Vale a dire più cerchiamo chiarezza, tanto più troviamo Dukha! Mi dispiace per questo – Patanjali è molto preoccupato per Dukha.

 

Leslie: cosa c’è sotto tutto questo? Di cosa è fatta la natura di base? Nella coscienza non c’è Dukha, solo Ananda …

 

(… Interrompe)

Desikachar: Che ne so io della natura di base? Se qualcuno mi ha detto che c’è una pentola d’oro sotto casa mia, ma io non so nemmeno dove è la mia casa, a che serve? Ora soffro di più perché prima, io non sapevo nemmeno dell’oro, e ora qualcuno viene e mi dice: “Hai una pentola d’oro – vai a tirarla su!” Se non so nemmeno dove la mia casa è, forse ora sto soffrendo anche di più a causa di questa pentola d’oro.

 

Leslie: Questa è un’analogia brillante. Vedo che è il dilemma della maggior parte delle persone che …

 

(… Interrompe di nuovo)

Desikachar: Non è un dilemma – è un fatto! Quanto più ti dico: “C’è qualcosa di profondo dentro di te che è sempre felice – c’è sempre Ananda – sei Ananda – la tua vera natura è Ananda” – ti fa sentire molto peggio!

 

Leslie: OK, bene, permettimi di riformulare allora…

 

Desikachar: Spero perdonerai il mio pessimo inglese …

 

Leslie: No, no! Se non altro, è troppo chiaro! Per rimanere allo Yoga di Patanjali allora, la questione è la seguente: “È possibile la vera felicità per gli esseri umani sulla terra in questa realtà in questo corpo?

 

Desikachar: La felicità è relativa, no? Lascia che ti faccia un esempio. C’era una coppia – una coppia molto felice, due bambini molto buoni – molto felici. Sono diventati interessati alla spiritualità così sono andati per ascoltare un oratore e questo oratore è piaciuto loro. Così hanno pensato che avranno una visita e un colloquio con questo maestro.

 

Andarono da questo maestro per il quale essi hanno così tanto rispetto, e questo maestro disse: “Chi siete?” Così il marito ha detto: “Io sono così e così, e questa è mia moglie.” “Cosa !? Siete sposati!? Che peccato! “Disse il maestro.

 

Tre anni dopo il matrimonio si sciolse. Ora io non so se erano infelici quando erano insieme, o se sono infelici ora. Quello che voglio dire è queste sono persone che erano molto, molto felici – poi sono diventati infelici.

 

Quindi, la felicità e la sofferenza sono termini relativi, e non credo si possano misurare. Ecco perché la definizione di Dukha è come ci sentiamo quando non c’è un barometro.

 

Tanto denaro – tante ore di sonno – non è questo che rende una persona felice o infelice – è come mi sento. I ricchi sono spesso infelici, e ho visto di recente in Tibet come sono le persone, così felici! (D. era da poco tornato da un pellegrinaggio al Monte Kailash e il lago Mansarovar alla ricerca del dell’ashram nascosto dove suo padre visse per 7 anni con il suo maestro, Rama Mohana Bramachari).

 

Leslie, devi andare al nord del Tibet! Non hanno vestiti in più, sono sporchi, non hanno servizi igienici, non hanno la televisione, mangiano solo farina – farina di orzo – e un po’ d’acqua con il tè – e sono così felici! Penso che se li porti qui, in due giorni diventeranno infelici. Come ha detto mio padre, felicità e tristezza sono esperienze che solo io sento.

 

Vedo spesso persone infelici, e dico: “Come potete essere infelici?” E rispondono: “Come puoi capire la mia sofferenza?” Così la felicità è un’esperienza soggettiva – anche la tristezza lo è, e sono relative. Ecco perché spesso quando vado in Occidente sono allibito, perché hanno tutto quello che non abbiamo. Perché a volte dicono: “Oh? Io non sono felice “E non sanno come sorridere – Io non capisco! Sono sciocco, perché non capisco il motivo per cui questi paesi più sviluppati possono essere così miseramente infelici.

 

Dopo aver visto il Tibet capisco di più ora, prima di iniziare a parlare di una certa logica. Come erano felici quegli uomini e quelle donne! Quindi, se la felicità non si basa su quello che ho, e le mie sensazioni sono relative, in breve, Dukha e Sukha sono termini relativi.

 

Leslie: Ciò c’è al di là di questo dilemma di Sukha e Dukha? Patanjali, anche se può essere stato accusato di essere un ateo, non è a mia conoscenza stato accusato di essere pessimista!

 

Così rimanendo con questa idea allora, come descriveresti ciò è disponibile attraverso lo Yoga oltre a questo costante divario tra Sukha e Dukha?

 

Desikachar: Beh, questa è una grande domanda, e sono d’accordo che Patanjali utilizza Dukha come il primo passo verso la felicità. Questa è la sua strategia: “Ci sarà Dukha. Non vergognartene, perché sta per portarti in un posto dove si può avere meno Dukha!”

 

Questa è la fantastica idea di Patanjali – che non c’è nulla di cui vergognarsi! È la cosa migliore che possa capitarmi – il momento in cui riconosco che sono nei guai! Così, voglio essere d’accordo con te e sottolineare questo.

 

Qual è la seconda domanda? Che cosa può fare lo Yoga?

 

Leslie: Beh, portando la questione al tema che abbiamo sviluppato, immaginiamo che qualcuno sia riuscito a sviluppare un senso di interezza – un’identità integrata. Quindi, in termini yoga, come si descrive l’esperienza di felicità di quella persona in questo mondo? È questa l’idea di Kaivalya?

 

Desikachar: Patanjali non ha mai descritto queste cose. Ha lottato per spiegare quanto sia difficile per lui descrivere Kaivalya – la parola che tu hai citato, così la ripeto.

 

Sta cercando di descriverlo in tanti modi – ogni capitolo sta cercando di dire qualcosa su Kaivalya in tanti modi. Questo significa che ha difficoltà a descrivere correttamente quello stato. Così come posso descriverlo io?

 

Quello che ha detto da qualche parte è che: “So che una persona è felice o no dal modo in cui si sente quando gli altri sono felici, e il modo in cui si sente quando gli altri sono infelici” (YS I: 33).

 

E ‘un’idea importante. Così un uomo felice non va in giro dicendo: “Io sono felice! Io sono felice!”, ma dalle sue stesse emozioni in relazione a ciò che sta accadendo alla felicità o all’infelicità altrui – allora forse possiamo dire che quest’uomo è una persona fortunata.

 

Leslie: Così il meglio che possiamo dire è che questo Kaivalya può essere conosciuto solo attraverso i suoi effetti, e possiamo osservare il modo in cui una persona vive la propria vita …

 

Desikachar: Come ha detto mio padre: “Nel momento in cui dico che sono uno Yogi – io non sono un Yogi!” Questo è quello che ha detto, e cito mio padre esattamente.

 

Leslie: Bene, sembra che sia anche pericoloso l’altro lato di questa equazione. Cioè, quando altre persone ti chiamano uno Yogi e li credi. Le persone sembrano avere la necessità di trovare qualcuno a cui possono delegare una certa responsabilità. Vediamo che questo accade molto in Yoga.

 

Desikachar: Lo vedi ?! Sono sul lato sbagliato!

(risata)

 

Leslie: Sì, e ho sempre ammirato il modo abile che hai di deviare quel tipo di comportamento – rimbalzarlo indietro. È una vera abilità. Storicamente, alcune delle persone più sagge sono state intrappolate dalle proiezioni dei loro studenti e mi sembra che abbiamo accadere un sacco di ciò in Occidente. Non conosco insegnanti importanti che siano completamente sfuggiti a questo problema in un modo o nell’altro.

 

Vedi questo come una funzione della confusione tra Yoga e Vedanta, o si tratta solo della base della natura umana?

 

Desikachar: siamo tutti esseri umani – ci piace l’apprezzamento.

 

Leslie: Questa è un’altra delle domande di Paul: “Qual è il ruolo di Kaivalya e Moksha per noi occidentali?”

 

Desikachar: Beh, dovete rispondere a questa domanda da voi in ogni caso, quindi…

(risata)

 

In realtà, penso che l’obiettivo principale dello Yoga sia quello di conoscermi – la mia cultura, ciò che noi chiamiamo Svadharma. Credo che lo Yoga mi aiuti a identificare e conoscere Svadharma. La questione di Moksha e Kaivalya è per quando ho trasceso Svadharma- così, penso che la questione sia eccessiva fino a quando ho capito me stesso – quello che sono, non devo vergognarmene.

 

Inoltre, ci vuole del tempo per non sentire vergogna di quello che sono, perché non posso fare a meno di essere quello che sono, e spesso provo vergogna perché ci si confronta. Quindi la cosa importante è, dobbiamo prima passare attraverso tutto questo, e poi dirò a te, ai miei indiani, così come a me stesso, ” Attraverseremo il ponte del Moksha quando ci arriveremo”.

 

Leslie: Quindi siamo indietro allo stesso problema, il vero lavoro che è davanti a noi; il lavoro di costruzione di una completezza forte e integrata – l’identità. Sapere chi siamo, non cercando di saltare i passaggi, o in qualche modo contattare un’altra dimensione separata dalla realtà in cui viviamo, in cui in qualche modo la nostra sofferenza sia destinata a scomparire.

 

Desikachar: Alcuni problemi saranno sempre lì. Non voglio dire che la sofferenza scomparirà – alcuni fattori che contribuiscono e alcuni problemi saranno ridotti.

 

Leslie: Pensi che alcuni problemi saranno aumentati, o appariranno alcuni nuovi problemi? Puoi fare qualche esempio?

 

Desikachar: Sì. Sai, scoprendo la mia tradizione – qualcosa di me – non è sempre un piacere. Supponiamo che (come ho scoperto) ci sia così tanto da conoscere della mia tradizione – quello che voglio sapere – e ho bisogno di trovare qualche fonte dove posso andare e imparare. Se io non lo trovo, sono davvero infelice – questo è un problema.

 

Poi trovo su di me che ho determinate caratteristiche che non sono desiderabili, e mi piacerebbe trovare un mezzo per ridurre queste caratteristiche. Se non trovo i mezzi, sarò infelice. Quindi, è una parte della nostra crescita. Non sto dicendo che scoprendo la mia tradizione – il mio Dharma – sarò permanentemente felice. Tutto quello che posso dire è – almeno sarò più realistico su me stesso. Poi, non sono nel territorio di qualcun altro – sono nel mio territorio. Questa sai non è quello che chiamerei la libertà dalla sofferenza, ma è sicuramente la libertà da Vikalpa (dove la fantasia sostituisce la comprensione).

 

Leslie: Mi hai detto una volta, che quello che hai imparato dal tuo padre era in realtà solo la metà del quadro, e l’altra metà ha avuto a che fare con ciò che hai imparato dai tuoi studenti Dal momento che tuo padre è ormai morto, e lui era il tuo insegnante per così tanto tempo, quella prima metà – tuo padre – non è più presente. Dove ti rivolgi ora per continuare la tua crescita e la tua formazione?

 

Desikachar: In realtà, sono stato fortunato. Sono diventato un insegnante quasi allo stesso tempo in cui sono diventato uno studente, così ho fatto molti errori come insegnante, ma le persone erano molto gentili. In effetti, una delle prime cose che mio padre ha fatto prima di chiedermi di insegnare, è stato di chiedermi di guardare il suo insegnamento. Poi lui supervisionava il mio insegnamento. Mi ha aiutato, e ho fatto degli errori, che ha corretto.

 

Ho accettato questo, quindi devo riconoscere con gratitudine entrambe le parti. Ho avuto una situazione fantastica con un sacco di feedback. Così, ero lì, a praticare, a imparare qualcosa di padre, e allo stesso tempo insegnavo. Armeggiai molto, e ho avuto da questo nuove domande, quindi ho dovuto tornare da lui. Quindi questo sistema mi ha aiutato.

 

Se ho imparato così tanto da mio padre, è perché ero davanti ai miei studenti, e se ho imparato tanto dai miei studenti è stato solo perché ho avuto qualche cosa da dare loro da mio padre. Sono stato molto fortunato a causa di questa situazione fin dall’inizio, e ora continua con gli studenti.

 

Leslie: Ora che lui non è qui, so che hai detto che a volte tutto quello che fai è concentrarsi su di lui, o sulla sua immagine, e arriva una risposta. Pensi anche a quello che avrebbe fatto in una situazione particolare?

 

Desikachar: Accadono molte cose. Ad esempio, non direi che ho la capacità di fare le cose nel modo in cui le avrebbe fatte lui, né posso dire che avrei avuto lo stile che aveva lui. Con tutto il rispetto, non direi che quello che avrebbe fatto lui sia quello che vorrei fare io. Questo è causa di alcune fattori circa l’Occidente, per esempio, o sui modi specifici di comunicare. Quindi, prendo alcuni spunti da lui, e lo spunto arriva a causa della mia forte associazione con lui. In questi giorni, non lo sento lontano da me. In ogni caso, non mi è mai mancato – anche quando ero molto lontano da casa mia. In qualche modo accade così.

 

Leslie: Questa associazione a cui fai riferimento mi porta a un’altra considerazione, l’importanza del rapporto individuale tra l’insegnante e lo studente.

 

Nel Viniyoga in particolare, questo è stato reso molto chiaro. Sarebbe giusto dire che in futuro, vorresti vedere un maggior riconoscimento dell’importanza di tale associazione alla natura individualizzata dell’insegnamento dello Yoga?

 

Desikachar: Questa è una domanda molto difficile a causa dei numeri coinvolti. Impariamo quando siamo con un gruppo. In questo momento, siamo un gruppo di quattro. Capisco l’importanza dei gruppi e so che quello che sto dicendo ora può arrivare a molte persone che non conosco, ne sono consapevole. Supponiamo di tenere il registratore spento, e che tu mi faccia la stessa domanda.

 

Per te Leslie, io non risponderei che allo stesso modo, ma ora c’è questa considerazione. Quindi entrambe hanno il loro valore.

 

Leslie: Vedo che stai prendendo la natura della mia domanda in considerazione nel rispondere a causa di quello che sono come un individuo! Quindi, in altre parole, non sei il tipo di persona che potrebbe fare una dichiarazione generale che è destinata ad essere vera per tutti, o un grande gruppo di persone.

 

Desikachar: non è facile da fare, perché avrei dovuto essere un Buddha o di Patanjali!

(risata)

Questo è molto difficile. Ho paura quando tengo le lezioni! Mi spaventa – ognuno prende appunti, vedi che Paul sta prendendo appunti!

(risata)

Mi fa paura perché pensano che io rappresenti un grande insegnamento. Come posso affermarlo? Ci sono persone che sono molto serie – non è una situazione molto piacevole essere dove sono io, quindi sono sempre molto attenti, e prego sempre Dio di perdonare i miei errori. Ma quando sono solo con Paul, so di non avere nulla di cui preoccuparmi, non devo tenere una maschera – può sempre tornare indietro e dire: “Che cosa è che hai detto?” Posso dire, «Avevi ragione Paul, ho sbagliato! “non posso farlo quando incontro qualcuno casualmente per due ore e poi vado via!

 

Questo è quello che stavo dicendo Adriana (Rocco): “Che senso ha venire in Italia? Non faccio nulla di buono – Confonderò solo le persone, poi preparo i bagagli ed parto “!

(risata)

Questo è quello che le ho detto – abbiamo avuto lunga discussione su questo, quindi forse c’è qualche messaggio che può essere fornito in un modo molto, molto leggero ad un gruppo – ma ogni individuo? Guardate voi tre! Tu sorridi, lei sorride, Paul difficilmente sorride!

(risata)

Tre persone che conosco! Sono diverse di fronte a me! E per quanto riguarda gli stranieri? Quindi è un lavoro duro!

(risata)

 

Leslie: Ecco una domanda ancora più difficile. Diciamo che, attraverso qualche magia, questo microfono sia collegato al futuro, ed è il prossimo anno alla celebrazione del nostro 100° anniversario dello Yoga in America. C’è qualcosa di molto, molto mite che si potrebbe dire adesso e che sarebbe ascoltato da questo gruppo di 500 insegnanti di Yoga e studenti? C’è qualcosa che ci si potrebbe sentirsi al sicuro di dire loro, riguardo il futuro dello Yoga?

 

Desikachar: Penso che il futuro dello Yoga sia nelle mani di coloro che sono preoccupati per il futuro dello Yoga! Persone come voi, per esempio. Ora siete voi quella gente, in una certa misura siamo noi quella gente. Noi (maestri indiani) siamo le persone che hanno parlato dello Yoga. Noi siamo il popolo che ha per primo aperto allo Yoga gli occhi e le orecchie e le menti delle persone. Dobbiamo accettare questo.

 

Oh, è una grande responsabilità! E poi, quando si parla del futuro dello Yoga, stiamo parlando del futuro dell’uomo. Questo è molto importante – non stiamo parlando della tradizione Yoga per il futuro, siamo preoccupati per il futuro dell’uomo. Quindi, se lo Yoga deve contribuire al futuro, dovrebbe contribuire al futuro dell’Uomo.

 

Parlando a Madras, nella mia cultura, non riesco a immaginare il futuro degli Stati Uniti – è molto difficile. Tutto quello che vorrei dire è, il futuro dello Yoga è al sicuro nelle mani di quelle persone che sono preoccupati per il futuro dell’Uomo.

 

Uomo è una parola, ma l’uomo dell’Italia è diverso dall’uomo degli Stati Uniti, e decisamente diverso da quello dell’Inghilterra! Così queste persone che sono preoccupate per il futuro dell’uomo devono sapere che si tratta di una cultura diversa, diverse tradizioni. Come indiano, non posso essere in grado di fare giustizia al futuro dell’America. Così, ho sempre la sensazione che il futuro dello Yoga in America sia più sicura nelle mani degli americani. Forse molto più che nelle mie mani, perché io sono uno straniero in America.

 

La mia cultura è diversa da quella degli Stati Uniti. Anche quando so tanto dell’Occidente, sono molto indiano nel mio cuore. Questo è tutto quello che vorrei dire: “Lasciate che il futuro dello Yoga americano sia nelle mani di quegli americani che sono preoccupati per il futuro dell’Uomo.”

 

 

Qui c’è il link all’intervista originale: http://yogaanatomy.org/leslie-kaminoff-interviews-tkv-desikachar-in-madras-october-1992-2/

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Un’intervista con T. K. Sribhashyam

Dal momento che non tutti leggono l’inglese, ho pensato di tradurre un’intervista a Sri TK Sribhashyam, uno dei figli di Sri T Krishnamacharya, condotta da Steve Brandon l’anno scorso e pubblicata sul sito di Harmony Yoga

http://www.harmonyyoga.co.uk/an-interview-with-t-k-sribhashyam/

A breve (fine luglio) parteciperò ad un seminario con Sri TK Sribhashyam, uno dei figli di Sri T Krishnamacharya.

L’argomento del seminario è una lettura approfondita del suo libro sullo Yoga già pubblicato in diverse lingue e ora anche in Italiano, con il titolo “L’Alba dello Yoga” [Mursia, ISBN 8842551384]. Un libro molto bello e completo, con una prospettiva dello Yoga più legata alla tradizione Vedica, almeno dal punto di vista meditativo.

1) “L’Alba dello Yoga”  è un supporto eccezionale sia per novizi, per studenti principianti, per studenti avanzati e anche per gli insegnanti di Yoga. È stata una scelta deliberata quella di toccare un pubblico così vasto quando ha deciso di scrivere questo libro?

Con una grande diffusione in tutto il mondo, lo Yoga non è più un soggetto di élite; è diventato molto democratico. Inoltre, anche la popolazione degli insegnanti di Yoga è in aumento, con sete di conoscere e imparare l’origine e lo sviluppo dello Yoga. Molti dei libri di Yoga pubblicati nel corso degli ultimi anni si rivolgono ad aspetti limitato o concetti di yoga limitati, tanto che i lettori, siano essi studenti o insegnanti, prendono in considerazione le informazioni fornite in questi libri come la fonte finale dello Yoga.

Anche se ci sono molte pubblicazioni sullo Yoga, che hanno un proprio valore che non è trascurabile, non hanno messo in luce l’emergere dello Yoga. È come guardare la nostra famiglia; come riconoscere la famiglia, ma senza preoccuparsi di conoscere la nostra genealogia!

Mi resi conto che molte pubblicazioni forniscono immagini di asana e tecniche, ma omettono di dare indicazioni agli insegnanti. Questo può essere perché quando i primi libri di Yoga sono stati pubblicati, gli scrittori non hanno pensato che fosse necessario uno studio così dettagliato. Quindi, l’apprendimento e l’insegnamento Yoga è diventato una sorta di ‘imitazione’.

Lo yoga si basa principalmente sul linguaggio della medicina indiana, l’Ayurveda. Di conseguenza, quando si parla di effetti, hanno bisogno di essere convertiti in linguaggio medico moderno, anche se questa lingua ci è nota. Sia un principiante che una persona specializzata comprenderebbe meglio l’importanza dello Yoga se gli effetti delle āsana fossero decifrati nei termini e concetti fisiologici di oggi.

È stata una scelta deliberata quella di toccare un vasto pubblico. Come omaggio a mio padre, ho voluto questo libro per rispondere a tutte le domande che di solito facciamo ma alle quali raramente otteniamo rispost perché i libri di yoga sono più interessati a mostrare gli aspetti fisici quasi come se lo Yoga fosse un disegno del corpo.

Durante i miei più di cinquanta anni di insegnamento, sia per gli operatori normali, che per gli insegnanti di Yoga e medici professionisti, sono rimasto sorpreso e deluso dal fatto che non potessero o avessero trovato preziose informazioni sugli effetti della pratica dello Yoga. Questo è uno dei motivi principali per cui gli effetti (frutti, come li chiamiamo in Medicina indiana) non sono indicati in termini generali come “buono per i reni, la milza … ecc”, ma con condizioni patologiche che il mondo medico capisce facilmente.

Allo stesso modo, la pratica Yoga tradizionale è sterile senza la concentrazione (dhārana) e le pause respiratorie (kumbhaka). Anche se abbiamo molti libri di Yoga, poco è detto a proposito della concentrazione. Dal momento che, nell’insegnamento dello yoga tradizionale, la concentrazione nell’āsana è specifica per l’āsana, ho applicato gli insegnamenti di mio padre per indicare i punti di concentrazione consigliati in ogni āsana.

Queste sono alcune delle ragioni per cui ho lavorato all’Alba dello Yoga, per renderlo aperto ad un vasto pubblico senza limitarlo agli studenti di Yoga.

Sono consapevole del fatto che non ha elaborato il capitolo su mudra e prānāyāma, che pure sono due degli aspetti più importanti dello Yoga con particolarità provenienti dal nord dell’India (in particolare lo shivaismo kashmiro) e del Sud dell’India. Anche se mio padre ha insegnato mudra e prānāyāma seguendo i costumi indiani del Sud basati su Vishnu, la sua conoscenza dello Shivaismo del Kashmir è stata così vasta e precisa che un capitolo dettagliato su questi due sistemi avrebbe potuto essere un grande vantaggio per la nuova generazione. Ho tempo sufficiente per lavorare su alcuni di questi concetti e offrirli prima che di essere chiamato a unirmi a Dio?

 

2) L’insegnamento è qualcosa che viene da Suo padre, il Suo maestro, T.Krishnamacharya?

Mio padre e solo mio padre mi ha trasmesso lo Yoga. Sono fedele al suo insegnamento. Il linguaggio della trasmissione è diverso, ma lo spirito e la verità del suo insegnamento non sono traditi. Sono stato attento a preservare il suo insegnamento della scienza così preziosa che lo Yoga è.

 

3) Come ha fatto Suo padre e maestro T.Krishnamacharya a trasmettervi la sua conoscenza?

Mio padre, il mio maestro, ha trasmesso la sua conoscenza attraverso la tradizione orale. Senza entrare nei dettagli, direi che abbiamo avuto incontri giornalieri (con i miei fratelli e sorelle) o classi di teoria settimanali a seconda delle nostre attività accademiche. Queste “lezioni”, come li chiamava lui, coprivano non solo lo Yoga, ma anche le Upanishad, i Darśana, ecc. Molte Upanishad, così come gli Yoga Sutra sono stato insegnato in molti cicli. Per esempio, quando aveva completato le sue lezioni sugli Yoga Sutra (quattro capitoli), ripartiva con più spiegazioni, confronti, analisi, ecc. Allo stesso modo, con le opere in Hatha Yoga, Darśana, e così via. In questo modo abbiamo avuto una sorta di insegnamento continuo di quasi tutte le materie che ci ha trasmesso. Le sessioni erano in Tamil o Kannada, due delle nostre lingue indiane del sud. Potremmo prendere appunti nella lingua che preferivamo. La durata delle lezioni variava da appena quarantacinque minuti a due ore. Siccome eravamo giovani, dava lezioni brevi quando l’argomento era difficile. Anche se alcuni degli studenti frequentavano le lezioni, ci dava anche alcune sessioni “private” senza la presenza di altri studenti. Per quanto riguarda le lezioni pratiche, non abbiamo avuto sessioni con altri studenti, a meno che non si stesse preparando per le sue lezioni-dimostrazioni. Anche se avessimo libri stampati, tutte le sue sessioni erano precedute da preghiere, l’apprendimento a memoria (Sutra, Mantra, etc.) dei testi che venivano utilizzati durante le sue sedute. Conoscere a memoria il testo di base è parte della tradizione orale Hindu. Tra l’altro, è stato nei suoi ultimi anni (alcuni anni prima della sua morte), che permise l’audioregistrazione delle sue lezioni. Era preciso sul fatto che ascoltassimo con attenzione senza dipendere da mezzi esterni.

 

4) Pensa che questo sia ancora oggi il modo migliore per condividere questa conoscenza?

L’antico metodo di trasmissione e di insegnamento, non solo dello Yoga ma di tutti gli altri soggetti ha il grande vantaggio di conservare la memoria viva in noi. Ci sono molti vantaggi nei metodi moderni, come i motori di ricerca, Facebook, perché ci forniscono risposte immediate a qualsiasi nostra domanda. Tuttavia, essi hanno l’inconveniente di non essere autorevoli. Sono solo un modo di mettere on line il nostro parere, non necessariamente quella dei nostri antichi maestri. Inoltre, questi metodi moderni non ci forniscono alcun tipo di esercizio o allenamento per rafforzare la nostra memoria e la capacità di ricapitolare. Dobbiamo fare uno sforzo per portare alla memoria ciò che abbiamo imparato nei nostri anni di studio, mentre oggi, usiamo semplicemente il nostro iPad e altri mezzi per digitare una parola e ottenere una risposta da esso. Non abbiamo nemmeno bisogno di fornire un pensiero logico o analitico per ottenere le risposte. È come lo schermo dei registratori di cassa odierni, che è pieno di icone e le commesse o venditori possono anche non conoscere il nome dell’articolo venduto, e alla fine potrebbero anche non riconoscere gli articoli che sfilano loro davanti. Alla fine, hanno grande probabilità di perdere la memoria e il riflesso di ricapitolare.

Nel mio insegnamento, faccio uno sforzo per stimolare i miei studenti ad utilizzare la loro memoria per evocare i termini tecnici (āsana, prānāyāma, termini tecnici …), mentre ascoltano me o praticano sotto la mia guida. Non esito a ripetere l’ortografia delle parole, a scrivere sulla lavagna a fogli, a tradurre, spiegare, anche se tutto questo richiedere un certo tempo. Questi antichi metodi di insegnamento e di apprendimento sono uno dei modi migliori per ridurre l’insorgenza di malattie neurologiche e mentali, che sono in aumento oggi.

Io consiglio ai miei studenti di cercare di applicare questi metodi nel loro insegnamento. Mi sento euforico quando mi rendo conto che i loro allievi possono utilizzare i termini tecnici, capire ciò che rappresentano nel nostro insegnamento, invece di usarli come parola chiave per far sapere agli altri che sanno queste parole.

 

5) E’ questo il motivo per cui non ha pubblicato alcun libro fino ad ora?

No, non è questo il motivo per cui non ho scritto i libri sulla Yoga o sulla filosofia indiana. Ho dovuto aspettare l’autorizzazione di mio padre di essere esente da un voto che avevo preso durante i miei giorni come suo allievo. Voleva che scrivessi un libro sullo Yoga, che accendesse un reale interesse e la pratica nei lettori. Era molto specifico sul fatto che fornissi ai lettori le origini Vediche dello Yoga, anche se nessuno aveva messo in luce questo aspetto. Allo stesso modo, voleva che portassi alla luce il legame tra āsana e dhārana (concentrazione) … Questo potrebbe essere il motivo principale per cui ho deciso di scrivere questo libro “L’Alba dello Yoga” nella mia età avanzata.

 

6) Cosa pensa sia la cosa più importante che Suo padre e maestro Krishnamacharya Le ha insegnato?

Mi ha insegnato e mi ha iniziato in un buon numero di soggetti; alcuni di loro sono sorprendenti e rari. Gli sono sempre grato per alcuni di questi regali unici e inaspettati. Questa intervista potrebbe non essere il posto giusto e la situazione giustadi parlare su di loro.

 

7) Qual è la cosa più importante che si desidera condividere con gli studenti di Yoga?

Gli aspetti pratici di concetti filosofici indiani che sono aperti a tutte le culture e civiltà, anche se sembrano ermeticamente chiusi negli scritti e discorsi moderni, intellettuali, non spirituali.

Per aiutare gli studenti di Yoga a capire il concetto di Bhakti, che è una delle emozioni fondamentali che possono nutrire in sé senza sentirsi in colpa nelle proprie convinzioni religiose, rifiuti, dogmi, ecc

Imparare e applicare la tolleranza, la compassione e l’amore degli insegnamenti spirituali, dal momento che l’obiettivo principale dello Yoga è quello di guidare ciascuno di noi alla porta dell’ Entità Spirituale indipendentemente dal nostro colore e credo. Dio è uno, unico, in attesa di tutti, buoni e cattivi, così vicino a noi che non potrebbe essere visto se non apriamo la nostra mente e il cuore. Allo stesso tempo, insegnare agli studenti di Yoga e ai loro studenti e membri della famiglia di evitare l’odio, il disprezzo, il senso di superiorità.

Preparare i loro giorni rimanenti ad una vita pacifica e armoniosa per una partenza serena, di essere uno con Dio o il Creatore. Questo è il mio grande desiderio nell’insegnamento Yoga.

Vorrei condividere la semplicità e l’amore con cui mio padre ha insegnato lo Yoga e la filosofia indiana a tutti, tenerdo lontana tutta la scienza della logica e dell’analisi dalla mente dello studente. Ho la fortuna di mettere in pratica questi principi e che molti dei miei studenti li seguano, anche se hanno difficoltà ad applicarli nella loro vita.

In un certo senso, come era solito dire: essere in grado di condividere la conoscenza, come se lo si facesse per bambini che non hanno ancora imparato la lingua. Così pure, la pratica Yoga: insegnare con amore, rispetto e tenerezza.

 

8) Cosa pensa sia la cosa più difficile da insegnare (da trasmettere) per gli studenti occidentali?

La mia risposta potrebbe sorprendere i lettori e gli studenti di Yoga, perché nel cuore del loro cuore, hanno un fondamento devozionale o spirituale, anche se si sentono timidi ad ammetterlo, e amano rafforzarlo.

Senza entrare nei dettagli, vorrei dire che durante i miei più di cinquanta anni di insegnamento in Europa, mi sono imbattuto in molti tipi di ostacoli contro i miei programmi di insegnamento sulla devozione e sulla spiritualità. Grazie a Dio, nei congressi o seminari a cui sono stato invitato, mi sono reso conto che una grande maggioranza degli studenti vengono alle mie sessioni per coltivare e sviluppare la propria vita spirituale. I loro sforzi hanno contribuito a trasmettere fedelmente l’insegnamento di mio padre, tenere a mente gli ostacoli che avrei affrontato con i miei studenti qui, e come essere paziente e amorevole per rimuoverli.

Fedele al consiglio di mio padre, non ho lavorato sulla ‘conversione’ dei miei studenti all’induismo o o divinità hindu e ho rispettato sinceramente il background religioso di un occidentale, anche se timidi nell’esprimerlo! Nel mio insegnamento, proprio come nelle sessioni di mio padre, ho dato tutte le informazioni possibili sul cultura hindu, le feste, la vita degli Dei che sono legati alla nostra vita spirituale. Durante le sessioni pratiche, c’è stata l’occasione per informare i miei studenti del rapporto tra Dei, Rishi, ecc, e le āsana dal momento che molti di loro prendono il nome di Dei, Rishi, etc.

È sorprendente, prima di venire in Occidente, ho avuto molti studenti occidentali durante i miei quindici anni di insegnamento a Chennai; nessuno di loro ha rifiutato o respinto le mie spiegazioni durante le loro lezioni con me. Tuttavia, non li ho convertiti alla mia religione. Di solito abbiamo avuto uno scambio di idee e di valori molto sincero e interessante circa le diverse religioni – induismo, cristianesimo, ebraismo, la religione dei Parsi (zoroastrismo), Islam (sufismo).

 

9) Dopo tanti anni di insegnamento quale sarebbe il consiglio principale che desidera offrire agli studenti di Yoga?

Purtroppo, a parte alcune eccezioni, l’esportazione dello Yoga in Occidente (scusa la mia espressione) è stata più fisica che spirituale o psicologica. Questo soprattutto perché molti dei primi insegnanti sono stati specialisti in ginnastica occidentale e la danza. Essendo molto flessibili, attaccati al proprio corpo, sono stati attratti dalla varietà di posture fisiche che il repertorio dello Yoga offriva in modi diversi in tutta l’India. A poco a poco, questo è diventato una tendenza in Occidente, una tendenza che è diventata progressivamente una sorta di curriculum delle scuole di insegnamento e di formazione Yoga. Purtroppo, anxhe gli insegnanti indiani sono stati attratti da questo curriculum. Gli indiani un tempo erano flessibili e così hanno trovato la domanda degli occidentali facile da rispondere.

Tuttavia, gli occidentali sono molto abituati alla respirazione e alla respirazione profonda, più come un esercizio fisico che come una pratica yogica che richiede l’attenzione mentale, la concentrazione e la serenità durante e dopo la pratica. Allo stesso tempo, agli occidentali non piace essere fisicamente tranquilli e sereni, e questo crea automaticamente disturbi nei sensi e nella mente. Inoltre, la nostra cultura occidentale inculca la paura della morte, (paura del silenzio, della solitudine), mentre la cultura hindu, fin dall’infanzia, educa alla presenza e all’immanenza della morte. La morte non è nascosta dai bambini hindu; essi prendono parte a cerimonie di morte, come parte del loro rituale.

La nuova generazione di occidentali è più curiosa di conoscere la profondità dello Yoga. La vita di stress, ansia, paura della malattia, dello sconosciuto, la paura della morte, ecc, ha risvegliato in loro una sete di conoscere, imparare e applicare i valori più profondi della filosofia e della psicologia Yoga non solo sul piano intellettuale, ma nella loro vita.

Gli occidentali sono timidi nell’impegnarsi in temi devozionali e spirituali e sono silenziosi quando si tratta di Dio. Essi sono riluttanti e spesso contrari a partecipare a scambi su questi argomenti con i loro amici o anche dei loro familiari.

Queste e altre tendenze hanno da molto tempo contribuito alla perdita di valori reali di Yoga in Occidente.

Grazie a Dio, la generazione più giovane dà, a suo modo, uno stimolo per sviluppare la spiritualità e la devozione nella sua vita e spesso per l’ambiente circostante.

In una tale situazione, il mio consiglio per i futuri praticanti e insegnanti di Yoga è quello di fare del loro meglio per infondere questi valori che sono l’origine dello Yoga senza alcun tipo di indottrinamento, e vivere e mostrare il dono divino che Sri Krishna, Patanjali, Yājñyavalkya, e altri Rishi vedici offrono all’umanità non solo per gli hindu.

Pur mantenendo il loro interesse per gli aspetti fisici della Yoga (in particolare āsana), vorrei anche consigliare loro di invertire progressivamente la tendenza, dare importanza aggiuntiva al prānāyāma (non come esercizio fisico), a dhārana e dhyāna, che sicuramente li aiuterebbe a coltivare la pace , la serenità, la compassione, la capacità di perdonare e una morte serena.

Come tutti sapete, la nostra paura della morte è così intensa che imparare e mantenere la fase di una morte pacifica è uno dei tesori inestimabili che possiamo facilmente costruire nella nostra vita e preziosamente salvaguardare, non solo alla fine della nostra vita, ma trasmetterlo ai nostri familiari prima della nostra partenza.

Questo mi ricorda il consiglio di mio padre sul concetto di morte:

Puoi offrire tutti i tuoi tesori ai tuoi figli e scompariranno come i vestiti usati, ma insegnare loro ad amare e accettare la morte è l’eredità migliore che si può offrire loro. Il giorno in cui lasceranno questo mondo mortale, essi riconosceranno questo patrimonio particolare e saranno grati a te e a coloro che testimoniano una partenza così pacifica, vale a dire la famiglia, gli amici, persone sconosciute e e riconosceranno la pace inestimabile che emana dal corpo e dal viso. Questo è uno dei principali obiettivi dello Yoga.

Direi che questo sarebbe stato il mio maggiore consiglio a coloro che insegnano e pratica dello Yoga. È un consiglio o un dovere?

Come mio padre, sono convinto che gli occidentali non scarterebbero questa opportunità unica.

 

10) I Suoi altri tre libri coprono filosofia indiana, tra cui la tradizione della Sua famiglia, potrebbe dire che cosa La ha spinto a scrivere questi libri?

È necessario essere consapevoli che il principio filosofico dello Yoga, non solo come una serie di esercizi fisici, è strettamente legato a principi filosofici indiani e pratiche. Non è possibile trovare un insegnamento filosofico tradizionale che non faccia riferimento allo Yoga (non necessariamente l’Ashtanga Yoga [di Patañjali, ndt]) e non si trova un testo Yoga tradizionale che non faccia riferimento a concetti filosofici indiani. Proprio come anima e l’anima suprema sono inseparabili nel pensiero indiano, così anche lo Yoga e la filosofia. Purtroppo, poiché gli aspetti fisici della Yoga sono in qualche modo portati alla ribalta, gli insegnamenti dei principi filosofici indiani sono tenuti come vetrinistica negli studi di Yoga.

Inoltre, per molte ragioni, l’apprendimento, la comprensione e l’insegnamento della filosofia indiana sono diventati sempre più verboso, al punto che è diventato quasi tanto impossibile visualizzare i valori della filosofia indiana quanto difficile percepire l’anima e Dio in noi.

Senza screditare la filosofia occidentale e i suoi pensieri religiosi, direi che la filosofia indiana ha un modo unico di portare il suo insegnamento nel formato delle immagini, che tocca la mente e il cuore di ogni lettore o studente, anche se è nuovo al background culturale indiano. È proprio come tutti un bambino che crea immagini a modo proprio ascoltando un astoria dalla bocca della madre o del padre, senza neppure conoscere i principali personaggi. Il bambino crea le immagini nel suo modo e vive e gode del contesto.

Con l’ascolto continuo, queste immagini vengono incrostate in lui o lei e più tardi, quando viene fatto credere che tutte queste storie narrate hanno un senso, lui o lei invocherà le impronte della propria esperienza delle storie che ascoltava e ricorderà l’atmosfera di ascolto precoce. Così pure, il segreto dell’insegnamento filosofico indiano: esso ci offre il suo insegnamento attraverso innumerevoli storie, esempi e analogie, senza dogmi e pregiudizi. Gli studenti trovano che questi insegnamenti hanno un valore universale genuino e cercano di applicarli nella loro vita.

La particolarità di filosofia indiana è quello di sviluppare pace e beatitudine in noi. Essa ha mantenuto a parte o addirittura rifiutato ogni sorta di conflitto, odio o incomprensione, perché sa che si oppongono alla pace e beatitudine, e ha introdotto il principio di tolleranza ad un alto grado.

Per motivi di fuori del nostro ambito, questi due tesori inestimabili sono sfuggiti alla filosofia occidentale e alle sue religioni. C’è più spazio per i conflitti, la lotta per stabilire il proprio ego, la perdita dei valori reali di pace e beatitudine, il rifiuto della natura divina (come dice la Bhagavad Gita, perdita di ricchezze divine e guadagno di supremazia umana e demoniaca [non esattamente un libro pacifista! ndt]), e l’attrazione e l’attaccamento verso le comodità materiali. A dispetto di essere consapevole del fatto che essi non sono permanenti, che alimentano costantemente la nostra avidità, rabbia, odio, infatuazione, passione e così via, continuiamo ad essere ancorati in loro. Tuttavia, la mente occidentale non ha perso la sua ricerca intrinseca per la pace e beatitudine. In effetti, ogni occidentale a modo suo, sente che non è a proprio agio con se stesso e che qualcosa ostacola il sentirsi a proprio agio. Purtroppo, questo fenomeno è in aumento.

Vivere in Europa, insegnando agli europei e facendo uno sforzo per capire il loro ‘mal-être’, ho sentito che un libro pratico sulla filosofia indiana poteva aiutare a ridurre il peso della sofferenza (mentale e spirituale) e vivere in pace e beatitudine, non solo individualmente, ma socialmente. Ho anche capito durante il mio insegnamento che, anche se gli studenti occidentali sono più interessati allo studio intellettuale e analitico della filosofia, sanno apprezzare la filosofia trasmessa sotto forma di una favola, come i bambini, anche se in principio mostrano tracce di scherno. La filosofia indiana ha il dono di rispondere a questa sfida dalla prima istruzione fino all’ultima – la liberazione (moksa).

C’è un motivo particolare per cui abbiamo (i due autori) inclusa la tradizione filosofica della nostra famiglia in questi tre libri. Per cominciare, gli antenati di mio padre erano maestri spirituali che noi chiamiamo Matha Adhipathi (il capo del monastero). Questo monastero, che è famoso a Mysore oggi sotto il nome di Parakala Matha, era originariamente in Tirumalai (Andhra Pradesh). Secondo la leggenda di questo Matha, due re, uno musulmano, l’imperatore Moghul Aurangzeb, e l’allora re di Mysore, furono attratti dalla universalità dell’insegnamento di questi maestri, ed entrambi hanno sostenuto la diffusione del loro metodo di insegnamento (la percezione di Dio e la conseguente liberazione è a portata di ogni uomo a prescindere dal suo colore, credo, la situazione sociale, etc.) e aiutarono il Monastero a spostarsi a Mysore. Ed entrambi finanziarono la diffusione del loro metodo di insegnamento. Mentre due dei nostri antenati erano maestri di questo monastero, nostro padre non voleva diventare il capo di questo monastero, ma ha continuato a seguire gli stessi principi e condiviso tutta la sua conoscenza spirituale e devozionale con tutti, compresi gli occidentali e i musulmani. Eppure, come i suoi antenati spirituali, non ha convertito i suoi ascoltatori all’induismo. Egli ha semplicemente mostrato al mondo ciò che l’induismo ci offre e come prenderne beneficio per sviluppare e mantenere la pace e beatitudine.

Attraverso questo libro, noi, gli autori, umilmente cerchiamo di offrire lo stesso privilegio ad ogni lettore dei nostri libri, e quindi rendere il nostro debito verso i maestri spirituali che hanno attivato questo tipo di trasmissione.

È uno dei miei modi di ringraziare gli occidentali, i musulmani, gli ebrei, i cristiani, ecc, che rispettosamente accettato il mio insegnamento – come si dice in India: ‘un debito di riconoscimento’ o un modo molto umile di ringraziare tutti coloro che ha ascoltato e applicato il mio insegnamento.

 

11) Ha citato nella breve descrizione della vita di Suo padre, che ha imparato lo Yoga buddista in Birmania. Sarebbe in grado di dirci qualcosa di più su questo e quale influenza ha avuto questa sull’insegnamento di Suo padre?

L’insegnamento di mio padre della filosofia indiana (Yoga Sutra, Vedanta, e anche Hatha Yoga) faceva molto spesso paragoni con i pensieri buddisti – sia per farci capire i difetti che esistevano nella logica e analisi buddista o per portare alla luce alcuni punti di vista simili, soprattutto nella psicologia del Buddismo, in modo che sviluppassimo convinzione nell’insegnamento del Buddha.

Oltre a questo, riceveva abitualmente monaci buddisti che avevano lunghe discussioni con lui su questa filosofia. Dalmomento che spesso si trattava di una discussione privata, non avevamo il coraggio di partecipare a queste lezioni.

Alla fine degli anni Sessanta, quando sono andato con mio padre in pellegrinaggio a Allahabad, Varanasi e Gaya, lui mi portò a Bodh Gaya per due giorni consecutivi. È qui che ha dato alcuni punti importanti dell’insegnamento di Buddha, come anche il loro metodo di dhyāna, in particolare il loro mantra molto significativo:

Buddham Saranam Gachāmi,

(Vado al Buddha per rifugio/mi rifugio nel Buddha)

Dhammam (Dharmam) Saranam Gachāmi,

(Vado a Dharma per rifugio/mi rifugio nel Dharma)

Samgham Śarnam Gachāmi.

(Vado al Samgha per rifugio/mi rifugio nel Samgha).

Mi ricordo che alcuni monaci anziani lo salutarono e espressero la loro felicità nell’incontrarlo. Si sedettero in un angolo nel tempio del Buddha e ebbero una discussione di più di un’ora. L’incontro fu completato da una meditazione silenziosa. Più tardi, mio padre mi disse che erano i suoi colleghi quando studiava il Buddhismo. Mi ha insegnato la tecnica e la pratica del prānāyāma applicata dai buddisti e le sottili differenze tra Induismo e il Buddismo. Tuttavia, egli non criticava il buddismo nelle sue lezioni. Mio padre aveva un grande rispetto per l’insegnamento del Buddha.

Non dobbiamo dimenticare che il Buddha è considerato come una delle incarnazioni di Vishnu.

Un rituale vedico di successo o anche una meditazione richiede un corpo e una mente sani, in modo da poter rimanere durante i rituali e in meditazione per un periodo più lungo senza ottenere disturbi dai sensi e la mente.

 

12) Sembra che gli occidentali siano generalmente interessati allo Yoga per i suoi benefici per la salute. Secondo la Sua esperienza, trova molto interesse nella loro inchiesta sull’anima?

L’idea di un corpo sano ha attirato le persone a praticare lo Yoga per la propria salute fisica e il benessere. A poco a poco, il flusso principale degli aspetti psicologici e spirituali è diminuito. Fortunatamente, c’è un revival di tutti i vecchi valori che lo Yoga ha offerto anche se siamo ancora riluttanti a credere all’azione dello Yoga sui differenti rivestimenti della nostra esistenza: fisico, sensoriale, mentale, intellettuale e spirituale.

Sì, nonostante questo effetto concentrato sul corpo, è possibile per gli occidentali avere un interesse per gli aspetti spirituali, dal momento che lo Yoga non impone alcuna devozione dogmatica o una pratica spirituale che dia origine in loro a paura o senso di colpa. Il suo insegnamento è aperto a tutti indipendentemente dalle convinzioni e credenze religiose. Se osserviamo l’interesse di oggi nello Yoga, troviamo che sempre più studenti prendono lezioni di yoga per coltivare e nutrire la pace mentale e la ricerca di pace interiore. Quello che era un approccio timido in occidente negli anni settanta è un soggetto molto aperto e desiderato.

Ora, è il compito degli insegnanti fornire loro i mezzi per alimentare il desiderio di conoscere, ricercare e sviluppare la propria pace interiore, qualunque sia il nome che venga dato. Come si dice in India, Dio è uno, ma ha molti nomi. Allo stesso modo, la pace interiore è una, unica, ma può essere chiamata con nomi diversi, proprio come un oggetto può avere molti nomi in base alla lingua utilizzata.

 

13) Come è possibile trasmettere il concetto di Moksha agli studenti che non hanno familiarità con questo?

Per un nuovo arrivato allo Yoga, il concetto di Moksha appare poco familiare. Abbiamo sete di liberazione – la liberazione da imposizioni sociali, politiche o costituzionali. Abbiamo combattuto per essere liberati da alcune di queste prigioni (sociali): la libertà della donna, la libertà dei neri, le libertà di stile del matrimonio libero, della paternità, ecc. Allo stesso modo, vorremmo essere liberati da una schiavitù che non è imposta dalla società, dallo stato o anche dalla politica. Perché questa libertà è insita nella nostra vita, la libertà di rinascita. Naturalmente, dovremmo avere la convinzione nel ciclo di morte e rinascita. La libertà dei neri interessa in tutto e per tutto quelli che sono di colore, anche se i bianchi simpatizzano con loro. I bianchi sono in un certo senso ‘liberi’ da una tale prigionia, e sono convinti di essere liberi dal diventare neri. Anche se la parola sanscrita Moksha significa semplicemente liberazione, nel suo valore intrinseco, è la libertà dai cicli di morte e di nascita, ma come un nero non vorrebbe venire di nuovo come un nero, né come un bianco; semplicemente non venire di nuovo.

Per trasmettere il concetto di Moksha, l’insegnante dovrebbe spiegare al meglio delle proprie capacità e con convinzione, per portare gli studenti a capire l’inconveniente di essere ‘rinascere’.

Ancora una volta, nel mio libro L’Alba dello Yoga, cito il saggio Yājñyavalkya sul problema della ‘non rinascita’. Anche Sri Krishna, nell’insegnamento nella Bhagavad Gita insegna della grande sofferenza delle rinascite. Così pure, Patañjali nel suo Yoga Sutra.

Sono convinto che quando gli studenti comprendono l’intensità della sofferenza della rinascita (che Patanjali chiama kleśa, afflizioni), sicuramente cercheranno di smettere di venire di nuovo. Tuttavia, questo non è semplicemente un apprendimento intellettuale o logico, ma attraverso i benefici della meditazione acquisita praticando regolarmente e costantemente. Questo ha bisogno di studio, di riflessione, di contemplazione sul bene e il male della rinascita e deve essere sostenuta da meditazione regolare e serena su un principio divino.

 

14) La pratica dello Yoga in una classe di gruppo è diventata di primo piano in Occidente; la pratica personale a casa è meno comune. Può dire qualcosa su questo alla luce del metodo di insegnamento di Suo padre?

In Mysore Yoga Shala, le lezioni di mio padre erano in gruppi. Pochissimi avevano lezioni individuali. A casa, ha dato alcune lezioni private agli studenti e ai suoi figli. A causa dei nostri impegni scolastici, anche noi, suoi figli, abbiamo avuto lezioni di gruppo con le nostre sorelle e nostra madre. Alcuni dei membri della famiglia reale, in particolare le donne, avevano sessioni private.

Quando si trasferì a Madras (Chennai), teneva principalmente sessioni individuali, poiché era stato invitato a guarire alcune personalità importanti. A casa, a causa della mancanza di spazio, i gruppi erano limitati a due o tre persone della stessa famiglia. Più tardi, quando i suoi figli hanno iniziato l’insegnamento dello Yoga, abbiamo dovuto dare le nostre lezioni nello spazio disponibile. Naturalmente, abbiamo dato lezioni individuali. Tuttavia, quando mio padre ha iniziato l’insegnamento Yoga al Vivekananda college o in altre istituzioni educative, le sedute erano in gruppi.

Non direi che tutti gli studenti praticavano una volta al giorno a casa. Sì, alcuni degli studenti occidentali hanno dovuto praticare tutti i giorni, dal momento che erano venuti per un breve periodo di tempo e per uno scopo specifico. Avevano il tempo, inservienti e aiutanti per gestire le faccende domestiche in India, il che li ha aiutati a assegnare po’ di tempo tutti i giorni per la loro pratica. È del tutto possibile che, fatta eccezione per pochi, il loro ritorno alla vita occidentale casalinga non abbia fornito il tempo e lo spazio per la pratica quotidiana.

Qui in Occidente, la pratica individuale è quasi una lotta contro la solitudine e i suoi inconvenienti, che non si sente in una sessione di gruppo. Si sente che un gruppo stimola la pratica. Tuttavia, mi sono reso conto che molti partecipanti assegnano po’ di tempo per la pratica personale a casa.

Tuttavia, nella mia esperienza di insegnamento, ho notato che anche se non praticano ogni giorno, sembrano assegnare due o tre giorni alla settimana per la loro pratica di Yoga. Essi cercano di fare del loro meglio.

Spesso, si paragona lo Yoga ad uno sport competitivo – una sorta di attività di gruppo in cui vogliamo dimostrare agli altri che li surclassiamo. Quando si pratica da soli, si deve rinunciare a questo stato d’animo, che a molti potrebbe non piacere. Tuttavia, questo è lo scenario fondamentale della pratica Yoga: vincere la paura di solitudine e rinunciare a spingere il nostro ego in prima linea.

 

15) Suo padre ha aiutato molte persone con la sua conoscenza e capacità di guarigione. Quanto pensa sia importante comprendere i principi ayurvedici quando si applica lo Yoga come terapia?

Sì, mio padre era un maestro ayurvedico e ha aiutato i bisognosi a vivere una vita sana. Aveva la conoscenza e la competenza clinica. Egli non ha imparato l’Ayurveda come ‘conoscenza da libro’ giocando con le parole, ma era un medico clinico che applicava il proprio talento nel rispetto della privacy del paziente, la decenza e l’umiltà.

Uno studio serio di testi tradizionali yogici, sia i famosi libri di Hatha Yoga (Hatha Yoga Pradīpika, Gherunda Samhita, Shiva Samhīta, ecc, gli Yoga Sutra di Patañjali o le Upanishad che si occupano di Yoga) renderebbe chiaro che si riferiscono al principio e la pratica della scienza dell’Ayurveda nel loro modo scientifico tradizionale. Naturalmente, lo studio di queste opere o dei commenti ci fanno capire che chi li studia deve imparare e capire prima il background scientifico dell’Ayurveda. Purtroppo, potrebbe non essere il caso nella formazione Yoga di oggi, che è diventato un soggetto che può essere appreso come un turista che visita un paese, seduto in un autobus a cielo aperto scattando foto o video con un iPad e torna a casa a fingere conoscenza del paese.

Sì, la scienza yogica ci offre i mezzi per applicare i suoi principi come terapia. Questa terapia non sta applicando un po ‘di olio ayurvedico’, o consigliando qualcuno a bere il tè o fare un po ‘di pulizia …

In primo luogo, dovremmo imparare i modi di guarigione che sono particolari dello Yoga, anche se non sono contro la scienza medica moderna. Allo stesso tempo, dovremmo accettare la nostri incapacità di avvalerci di questi principi nel differente contesto, perché le nostre condizioni di vita potrebbero non essere adatte alle specifiche dei principi che devono essere applicati.

La conoscenza della fisica e chimica della materia (materia primaria), nella modalità in cui la filosofia indiana la mette in evidenza, è fondamentale per comprendere il nostro corpo e le sue funzioni per applicare con successo i valori terapeutici dello Yoga, nello stesso modo in cui fa la moderna biochimica con i nostri tessuti. Una formula semplice come ‘ciò che è freddo al tatto non deve essere freddo in azione’ non significherebbe o non avrebbe la stessa comprensione nello studio ayurvedico della materia che potrebbe avere nella nostra biochimica, anche se, nella profondità della nostra ricerca, potremmo arrivare a identiche proprietà fisiche e chimiche. Le parole cambiano in ciascuna scienza, ma i valori intrinseci sono uguali.

Lo spazio assegnato per questa intervista non mi permette di scendere al particolare dell’interrelazione tra i due sistemi della scienza principale.

Non è solo importante, ma fondamentale, comprendere i principi ayurvedici, se vogliamo applicare i mezzi terapeutici correlati dei due sistemi agli studenti che ne hanno bisogno. In più di un senso, è come avere una conoscenza di base della fisiologia e della patologia moderna per comprendere i processi curativi che la nostra medicina moderna propone o prescrive.

Ayurveda e Yoga come un metodo di terapia … È dovere di ogni insegnante di Yoga riferirsi all’Ayurveda per evitare di trasmettere una conoscenza errata agli studenti. E sarebbe il più grande omaggio che si potrebbe offrire a mio padre e Maestro, e allo Yoga e all’Ayurveda, che stanno diventando sempre più popolari.

Forse, si potrebbe aprire un’altra finestra in questo giornale con più spazio per lo studio introduttivo dei due soggetti alleati.

 

16) Nel libro L’Alba dello Yoga, āsana, prànāyāma e mudrā sono presentati in dettaglio. Non vedo alcuna menzione dei tre bandha. Potrebbe spiegare perché non sono inclusi?

Hai ragione; il mio libro Alba dello Yoga parla in dettaglio di āsana, prānāyaāma e mudrā, ma molto poco di Bandha. So che molti praticanti di yoga e gli insegnanti sono attratti dai bandha. Eppure, mi sono astenuto di introdurre questo capitolo, soprattutto perché, non appartengono al tradizionale insegnamento di Yajnavalkya. Egli ne dà un riferimento breve, non come un ‘nodo fisico’, ma come un modo per controllare la molla emotiva delle azioni. Parlarne avrebbe portato a più confusione e conflitto tra i lettori e reso il libro ‘pesante’. Non ho parlato in non dettaglio di mudra nel mio libro, poiché ero limitato dal numero di pagine, ma desidero scrivere una seconda parte su Mudrā, Bandha e Dhyāna. Inoltre, i concetti di Bandha di cui si parla sono molto recenti – il periodo dell’Hatha Yoga e non quello dei Veda.

Mio padre ha ci ha insegnato i tre (cinque) Bandha; abbiamo praticato, ma non erano nel nostro programma di insegnamento, tranne Jihva Bandha in Shitali, Mula Bandha e Uddiyana Bandha nei mudrā. Quindi, vedete, non è il metodo di altre scuole.

Non è sempre un ‘nodo’ muscolare. Significa anche la tenuta delle attività anarchiche delle nostre emozioni. Bandha, è anche tenere in un certo senso, trattenere le attività non necessarie delle percezioni sensoriali o delle emozioni. Quindi, abbiamo indriya bandha, krodha bandha, ecc; molto raramente usate nei soliti libri di yoga che interpretano i bandha come un nodo muscolare e danno molta importanza ad esse. Non dico che non esistono, ma che non è lo scopo principale del bandha nello Yoga tradizionale.

Dal momento che tutte le nostre emozioni umane risiedono e provengono da Mula (la regione di Mula Kanda), Mula Bandha in origine significava trattenere le attività emotive non necessarie (attività che ci tengono lontano da Dio).

 

I libri di Sribhashyam sono disponibili su Amazon https://www.amazon.co.uk/s/ref=nb_sb_ss_i_1_11?url=search-alias%3Daps&field-keywords=sribhashyam&sprefix=sribhashyam%2Caps%2C266

Il sito della scuola: http://www.yogakshemam.net/Italian/homepage.html

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Perchè una applicazione progressiva?

Lo Yoga è una disciplina di origine indiana che si occupa di offrire un percorso di affrancamento dalle sofferenze esistenziali attraverso una graduale attenuazione delle ‘turbolenze’ mentali.
Il metodo seguito dallo Yoga ha un approccio psicofisico. Nel riconoscere che il corpo, la mente ed i sensi sono soggetti a cambiamenti continui, e che questi cambiamenti possono causare sofferenza, lo Yoga lavora verso la presa di coscienza e la conseguente visione lucida di quanto ci accade, rendendoci più distaccati quando i cambiamenti non dipendono da noi e più critici anche verso noi stessi quando i cambiamenti hanno un’origine interiore.

Al termine del percorso, la mente si acquieta e diviene chiara e trasparente come la superficie di un lago senza vento, permettendoci di ‘vedere le cose come stanno’ senza inganni e agitazione.
Dal punto di vista pratico, gli approcci al percorso dello Yoga sono molteplici.

Lo Yoga classico propone un percorso che include astensioni e prescrizioni a livello sociale e personale, si muove attraverso l’uso del corpo e del respiro come strumenti per raggiungere livelli interiori più profondi e sempre meno influenzati dagli stimoli esterni, conducendo verso la capacità di concentrarsi in maniera focalizzata e inintenzionata.
Noi conosciamo soprattutto quello che costituisce la fase intermedia dello Yoga classico, un metodo posturale dove il respiro ha un ruolo fondamentale.

L’Hatha Yoga costituisce infatti la base di molte scuole di Yoga contemporaneo, dove Āsana (le posture fisiche) e Prānāyāma (le pratiche respiratorie) diventano spesso rappresentativi di tutto il percorso dello Yoga.

I testi classici riconoscono che “dove va la mente va il respiro, e dove va il respiro va la mente”, quando un elemento è perturbato, l’effetto si rivela nell’altro elemento e viceversa, e riconoscono che il lavoro su corpo e respiro è propedeutico al percorso meditativo.

Per questo motivo una pratica di Yoga che si limiti a proporre solo posture fisiche e ignori il potenziale del respiro è limitata, ancora più limitata se non riconosce che il percorso deve andare oltre l’aspetto fisico ma procedere verso l’acquietamento del mentale.
Il grande maestro Tirumalai Krishnamacharya, riconoscendo però che gli esercizi di respirazione formali e protratti potevano risultare poco attraenti per molte persone, e ancora più ostica poteva risultare una seduta di meditazione, propose un metodo, conosciuto come vinyasa (un termine legato alla musica e all’arte) in cui il respiro e la concentrazione entrano a far parte immediata degli esercizi posturali.

Nel vinyasa, una sequenza di posizioni corporee viene eseguita associando lente inspirazioni ed espirazioni a specifici movimenti più o meno semplici.

Questo utilizzo di corpo e respiro porta invariabilmente alla necessità di prestare molta attenzione alla esecuzione dell’esercizio, e permette il raggiungimento di uno stato di elevata concentrazione, quasi meditativa.
Il figlio TKV Desikachar, seguendo gli insegnamenti del padre, ha inoltre posto molta enfasi sul fatto che ognuno di noi è diverso, e che quindi il punto di partenza nella pratica è diverso per ognuno di noi e la progressione nel metodo deve essere graduale.

Anche per questo motivo il metodo conosciuto come viniyoga (progressione, applicazione) dello Yoga propone l’esecuzione degli āsana senza grande uso di strumenti di sostegno come blocchi o cinghie o coperte ma tende a proporre invece modifiche delle posizioni, rendendole più accessibili, come potrebbe essere tenere le ginocchia leggermente flesse se non riusciamo a toccare la punta dei piedi piegandoci in avanti, ad esempio.

Nel tempo possiamo sviluppare maggiore flessibilità o forse no, ma l’attenzione posta al respiro, che è uno strumento rivelatore del nostro stato mentale, ed alla precisione nella esecuzione della sequenza in termini di numero di ripetizioni o numero di respiri in una determinata posizione, rimangono essenziali perchè sono un appoggio per la mente, che deve rimanere focalizzata ed attenta.
Il metodo di TKV Desikachar è solo apparentemente semplice, in realtà è molto raffinato e permette di toccare nell’esperienza della pratica tutti i tasselli dell’intero percorso dello Yoga.

Siamo invitati per esempio a non fare violenza su noi stessi, perchè ogni forma di sofferenza lascia un segno che può causare sofferenza futura.

Siamo invitati a mantenere alto il nostro livello di attenzione anche quando un esercizio può apparire noioso, perchè dall’ascolto della nostra mente scalpitante possiamo imparare a conoscerci meglio.

Siamo invitati a utilizzare al meglio e a sviluppare le nostre capacità respiratorie perchè con l’uso idoneo del respiro possiamo influenzare, attraverso il sistema nervoso autonomo, i nostri stati mentali.

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Il prānāyāma alla luce della coscienza

Recentemente ho letto un articolo molto bello di Godfrey Devereux su una rivista online, dove si parlava della differenza tra il Prānāyāma in Patañjali e quello descritto nei testi dell’Hatha Yoga. L’argomento mi interessa molto ed avevo già cercato di toccare questa differenza nel seminario che ho tenuto da Óscar a León.

Ma Devereux spiega molto molto meglio di me, quello che ho cercato di trasmettere a parole e nelle pratiche proposte a lezione.

Siccome non tutti sanno l’inglese e l’articolo mi pare importante, ho pensato di tradurlo.

Trovate il link all’articolo originale in fondo alla traduzione.

Il pranayama alla luce della coscienza

Il Pranayama, a quanto pare, una volta aveva un posto più centrale nella pratica dello yoga di quanto non faccia in questi giorni. Mentre gli Yoga Sutra di Patanjali sono spesso citati come il testo di yoga di base, ciò che viene praticato con il nome di yoga al giorno d’oggi, sul tappetino o sul cuscino, ha una somiglianza e relazione più diretta ai più recenti testi medievali come l’Hathayoga Pradipika. In questo e in testi simili molto più contenuto, in quantità e in dettaglio, è dedicato alla regolazione del respiro rispetto alle pratiche posturali. Tuttavia l’Hathayoga Pradipika e altri testi medievali dicono chiaramente che Hatha Yoga è una preparazione per Raja Yoga.

Allo stesso tempo, sembra esserci un collegamento diretto tra la metodologia Hatha Yoga del regolamento del respiro conosciuto come Pranayama e la presentazione del Pranayama negli Yoga Sutra di Patanjali. In particolare nello Yoga Sutra di Patanjali II.50, dove usa le parole sanscrite per ‘luogo’, ‘tempo’ e ‘numero’. Non è così difficile collegare queste parole agli aspetti fondamentali della popolare metodologia del Pranayama. Il luogo (desa in sanscrito) può essere collegato alle quattro fasi del respiro: inalazione, sospensione interna, espirazione e sospensione esterna (ndt: in realtà ritengo che desha indichi il luogo dove l’attenzione viene portata durante gli esercizi respiratori). Il tempo (kala in sanscrito) può essere collegato alla lunghezza o durata delle fasi del respiro. Il numero (samkhya in sanscrito) può essere collegato al numero di giri, o cicli, praticati.

A prima vista questo sembra confermare che le pratiche di Hatha Yoga siano direttamente correlate al vecchio yoga ‘Classico’ presentato da Patanjali. Ma non è detto. Il primo problema che ci troviamo di fronte è quello della traduzione e interpretazione: in particolare degli Yoga Sutra. Per tradurre un testo che si occupa delle radici e delle sottigliezze dell’esperienza umana, entro il quale sono analizzate le dinamiche di cognizione, percezione e coscienza riferendosi direttamente all’esperienza umana, abbiamo bisogno di più che semplici capacità linguistiche. Abbiamo anche bisogno di avere una chiara comprensione del territorio analizzato. Gli studiosi moderni non forniscono questa comprensione. Questa può essere derivata solo da una profonda intimità con l’intelligenza umana e con la sua capacità di fornire una chiara visione delle dinamiche funzionali della cognizione umana. Questa intimità è forse fornita solo da una profonda meditazione.

Senza un’adeguata profondità di esperienza nessuna fluidità linguistica permetterà di interpretare in modo accurato le dichiarazioni terse e concise dei Yoga Sutra. Stando così le cose non dovremmo forse essere sorpresi di scoprire che la maggior parte, se non tutte, le interpretazioni e anche le traduzione del testo di Patanjali esprimono le assunzioni e i pregiudizi del commentatore, piuttosto che la comprensione di Patanjali. In effetti, un commentatore che non chiarisca questa possibilità non è probabilmente degno di fiducia per capire le sottigliezze dell’intelligenza umana. E in tal caso, difficilmente può essere degno di fiducia per interpretare gli Yoga Sutra.

Le otto parti dello yoga, presentate da Patanjali nel secondo e terzo capitolo degli Yoga Sutra, sono forse la parte più conosciuta del suo testo. Questo non significa che essi siano chiaramente compresi. Se andiamo al sanscrito utilizzato per presentare la terza e la quarta fase, Asana e Pranayama, incontriamo poi un secondo problema di intenzione o di tecnica. Anche se Asana è generalmente considerata essere una tecnica che coinvolge il corpo, non c’è nulla sulla tecnica nelle parole di Patanjali. Sono chiaramente descrittive piuttosto che prescrittive. Non vi è alcun riferimento a eventuali forme o posture specifiche. Solo riferimenti alle qualità esperienziali.

Dato che Patanjali afferma nell’apertura alla sua presentazione del Pranayama che questo si verifica all’interno di Asana (Tasmin sati), abbiamo bisogno di capire che cosa è Asana se vogliamo capire che cosa è il Pranayama per Patanjali. In effetti Patanjali descrive Asana in quattro sutra di due parole. Il primo contrappone sthiram (fermezza o stabilità) a sukham (facilità, gioia). Il secondo giustappone prayatna (sforzo, tensione) a saithilya (rilassamento, rilascio). Il terzo giustappone ananta (senza fine, infinito) con samapatti (intimità, fusione). Il quarto giustappone dvandvha (opposti, dualità) con anabhighatah (immunità, trascendenza).

Questo è chiaramente descrittivo piuttosto che prescrittivo, descrive un’esperienza piuttosto che una tecnica. Un’esperienza entro la quale il corpo viene percepito in maniera radicalmente differente dalla norma. La maggior parte dei praticanti di yoga posturale hanno avuto questo tipo di spostamento percettivo in cui il corpo non è più percepito come una struttura tridimensionale finita e localizzata precisamente. In realtà questa potrebbe essere la caratteristica di essere “nella zona” o “nel flusso”, mentre lavoriamo sul tappetino: il carattere percepito del corpo si dissolve in una presenza amorfa di benessere entro il quale le distinzioni dualistiche, funzionali e strutturali, tra destra e sinistra, su e giù, davanti e dietro, avanti e indietro, dentro e fuori non hanno alcuna rilevanza, e neanche presenza.

Se questo è il caso, allora il Pranayama secondo Patanjali, sarebbe un approfondimento di questa esperienza somatica non-duale e non lineare attraverso la consapevolezza del respiro. Quasi ogni meditatore esperto potrebbe probabilmente confermare questo tipo di esperienza, all’interno del quale l’insediamento del corpo nella quiete lascia le sue sensazioni più consistenti ed evidenti in quelle generate dal respiro. L’attenzione è poi naturalmente portata da queste sensazioni verso una profonda intimit (samapatti) con la presenza del respiro. Invece di essere ‘controllo’ del respiro, che non sarebbe possibile all’interno di un’esperienza somatica senza punti di riferimento funzionali e strutturali, il Pranayama sarebbe una naturale estensione della esperienza adimensionale di Asana. Le caratteristiche (dualistiche) funzionali e strutturali del respiro diventerebbero insignificanti, irrilevanti e impercettibili, mentre la consapevolezza sarebbe assorbita nel flusso più profondo della coscienza stessa.

Che è esattamente ciò che Patanjali afferma nell’ultimo sutra della sua presentazione del Pranayama. “Dharanasu ca yogyata manasah” crea un legame esplicito tra Pranayama e la prima fase della ‘mente meditativa’, Dharana, che è la sesta parte presentata da Patanjali. Anche se questo sembra saltare la quinta parte, il Pratyahara, Patanjali tuttavia la presenta immediatamente.

Nelle sue presentazioni di Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana e Samadhi è molto difficile trovare prescrizione o tecnica. Non è così difficile vedere che Patanjali descrive un graduale ripiegamento della coscienza dal corpo e dalla respirazione attraverso la mente e nella coscienza. Gli Yoga Sutra sono una mappa di “ciò che è” e “ciò che accade”, piuttosto che un manuale di “come fare”.

Una possibile eccezione a questa coerenza descrittiva potrebbe trovarsi nella sua presentazione del Pranayama. Non solo nel suo uso delle parole desa, kala e samkhya, ma anche, e forse più significativamente, nel suo uso della parola viccedah. Quattro commentatori contemporanei (Feuerstein, Stiles, Iyengar e Huston) offrono le seguenti opzioni in inglese per questa parola chiave: tagliare, cessazione, arresto, interruzione.

Queste parole sembrano implicare chiaramente intenzione, regolazione e controllo. Tuttavia potrebbe non essere così. Chi, infatti, ha vissuto un profondo ripiegamento di consapevolezza nella presenza chiara della coscienza sa che un evento del genere non può mai essere prodotto da sforzo né dal controllo. Anche il minimo accenno di sforzo o intenzione, mantiene la mente nei suoi limiti lineari e dualistici. Piuttosto, il flusso ripiegantesi della coscienza presentato in modo così chiaro ed elegante da Patanjali, accade solo e proprio perché tutti gli sforzi, tutto l’intento è stato abbandonato nella libero fluire della intelligenza della coscienza. Questo è, naturalmente, quello che ‘resa’ significa. Non sottomettersi a qualche potere superiore, ma lasciar andare la resistenza alla presenza dell’intelligenza naturale, dove quella resistenza è più particolarmente il nostro tentativo di far succedere qualcosa.

Niente è forse più evidente per la mente contemporanea della rilevanza, persino dell’importanza di sforzo e intenzione. Quasi tutto quello a cui diamo valore nella nostra vita può essere collegato a loro: le realizzazioni, le competenze, la conoscenza, lo stato sociale, la ricchezza. Tuttavia, se applichiamo questa ipotesi all’auto-inchiesta (lo yoga) troviamo che non solo non è valida, ma che inibisce le nostre possibilità più profonde. Per capire come funziona abbiamo bisogno di essere in grado di distinguere chiaramente tra auto-inchiesta e auto-sviluppo. E quindi tra Pranayama come auto-sviluppo, praticato per migliorare le nostre capacità o sviluppare il nostro potere e Pranayama come auto-inchiesta in cui è semplicemente un mezzo per esplorare le sottigliezze della nostra natura. Mentre l’auto-sviluppo non può mai fornire i frutti della auto-inchiesta, l’auto-inchiesta genera naturalmente molti dei benefici per cui si persegue l’auto-miglioramento: quanto meno chiarezza, tranquillità e comprensione.

Mentre l’auto-sviluppo parte sempre dall’insoddisfazione, per quanto sottile, nel perseguimento di un obiettivo pre-concepito, per quanto concepito o definito in maniera vaga, l’auto-inchiesta è, e deve essere, completamente senza fine (senza obiettivo). Essa deve essere esente da qualsiasi obiettivo specifico e completamente aperta a tutto ciò che può effettivamente esistere. Se applichiamo questa distinzione al Pranayama troviamo che l’approccio basato sul moderno Hathayoga è in contrasto con l’approccio classico di Patanjali, sia nel suo processo che nelle sue possibilità: è chiaramente presentato, e quasi sempre intrapreso, nel perseguimento di un obiettivo assunto per la produzione di soddisfazione e appagamento di qualche tipo immaginabile ed idealizzato.

Se torniamo al testo di Patanjali alla luce di questa distinzione tra auto-miglioramento e di auto-inchiesta, possiamo trovare implicazioni radicalmente diverse per quelle quattro parole: cessazione, luogo, ora e numero. Naturalmente possiamo applicare intenzione al respiro e portarla a termine: per un po’. Allo stesso modo si può facilmente regolare la velocità, la durata e il ritmo del nostro respiro. Tutto ciò trova collocazione nella pratica contemporanea del Pranayama. Tuttavia nel contesto descrittivo degli Yoga Sutra nel suo complesso, e degli otto stadi in particolare, nasce un’altra possibilità. Una possibilità basata sull’intelligenza della coscienza, che si esprime attraverso il potere della consapevolezza cosciente.

Allo stesso tempo, questa possibilità estende possibilità radicali e potenti alla nostra esperienza sia del respiro, che della più profonda presenza contestualizzante di essere una coscienza che si esprime. Nel fare questo getta luce incisiva e consequenziale sulla nostra natura. Mentre quasi tutti sanno che è possibile regolare la respirazione attraverso l’applicazione dell’intenzione, quasi tutti sanno anche che semplicemente il prestare attenzione profonda e costante alla nostra respirazione la trasforma. Naturalmente questa trasformazione non riflette o esprime un esito intenzionale e predeterminato. È il risultato spontaneo dell’attenzione. Deriva dal potere sottile della coscienza come consapevolezza cosciente.

Nello Yoga Sutra II.50 la parola che segue desa, kala e damkhya, è paridrstah. Mentre Feuerstein, Stiles, Iyengar e Huston rendono questo termine come “regolata”, “misura”, “regolata” e “osservato”, rispettivamente, non è difficile vedere il pregiudizio in quei versioni diverse, eccetto che in quella di Huston. Eppure, suggerire che Patanjali raccomandi che semplicemente si osservi il respiro è classificarlo come estremamente ingenuo nei confronti del potere e dell’importanza della consapevolezza cosciente. Come ogni meditatore dedicato può dire, l’osservazione dei fenomeni interni può essere tranquillizzante, ma si tratta di una applicazione seriamente limitata della intelligenza della coscienza.

Molto più potente del mantenere una distanza distaccata tra osservatore e osservato è il permettere alla loro distinzione apparente di dissolversi in quello che Patanjali nel Sutra II.25 chiama “Kaivalya”. Questa è l’essenza dell’intimità, o quello che Patanjali chiama, nel Sutra II.47, samapatti. La fruizione dell’intimità interna è una chiusura della separazione tra osservatore e osservato abitualmente esperita. Nel contesto del Pranayama, il respirante e il respiro diventano una cosa sola. Il risultato di questa intimità senza restrizioni è una profonda, chiara visione della natura del soggetto, dell’oggetto e del loro rapporto apparente. L’illusione della separazione è vista attraverso (paridrstah) le sue radici più profonde (Yoga Sutra II.20-25)

Questo suggerisce un altro significato per quelle quattro parole chiave che hanno portato alla popolarità il controllo del respiro sotto il nome di Pranayama. Luogo, ora e numero sono le tre classi fondamentali delle caratteristiche di base che costituiscono ogni fenomeno. Qualsiasi fenomeno, che sia azione, oggetto, evento o situazione è situato in posizione unica nello spazio (desa), nel tempo (kala) e per questo in relazione (samkhya) a tutti gli altri fenomeni. Ciò che Patanjali sta molto probabilmente suggerendo non è di regolare il respiro, ma di diventiamo una ‘cosa sola’con esso, diventando intimi con tutte le sue caratteristiche fenomeniche. Che sia così non è solo suggerito dalla natura non prescrittiva degli Yoga Sutra, ma anche dalla natura dell’intelligenza umana.

L’intelligenza cognitiva, celebre e brillante come certamente è, è solo la punta dell’intelligenza umana. Funzionando come fa, attraverso la sofisticazione neurologica della corteccia cerebrale, è una diretta estensione dell’intelligenza somatica. L’intelligenza somatica è, nel corpo umano e come corpo umano, il frutto di 3,500,000,000 di anni di ricerca e sviluppo evolutivo. Mentre l’intelligenza cognitiva della mente umana è unica e magnifica nella sua creatività e potere, la sua efficacia in realtà si basa sulla sua instabilità, sulla sua capacità di mettere in dubbio e di immaginare. Solo attraverso la costante riapplicazione di immaginazione e dubbio può arrivare in qualsiasi certezza efficace. L’intelligenza somatica del corpo, d’altra parte, pur limitata nella sua portata, è molto più stabile e affidabile di quella della mente. Sta costantemente, e quasi sempre accuratamente, raccogliendo, elaborando e rispondendo a informazioni chimiche, meccaniche e termiche in modo da mantenerci in vita.

Questa intelligenza è già impressionante, ma c’è di più, molto di più, riguardo l’intelligenza che noi siamo. Vi è anche la presenza intelligente della coscienza, che è la profonda base sia dell’esperienza umana che della sua intelligenza. Senza la presenza intelligente della coscienza non ci sarebbe alcuna consapevolezza, nessuna esperienza, e anche nessun corpo e nessuno per conoscere o sperimentare alcunchè. L’intelligenza della coscienza è forse diversa nella sua natura e nel suo funzionamento tanto quanto l’intelligenza somatica e cognitiva lo sono tra loro, senza esserne separata. Non ultimo nell’essere interamente senza pregiudizi e non selettiva. Mentre il corpo e la mente stanno continuamente differenziando e selezionando, la coscienza è completamente aperta a tutto ciò che è presente.

Mentre c’è potere nella capacità di corpo e mente di distinguere e selezionare, c’è una forza più profonda nella coscienza, nella sua capacità di contenere e rivelare indiscriminatamente. Questo potere si esprime non solo nella sua capacità di generare un cambiamento spontaneo, ma anche nella natura di tale cambiamento. Proprio come la respirazione diventa più calma, più liscia, più profonda e più efficiente alla luce della consapevolezza, la consapevolezza cosciente genera di per sé uno slancio verso l’armonia e interezza. Un modo per farlo è quello di consentire che l’inutile, l’irrilevante e il non necessario siano riconosciuti e abbandonati. Questo non solo disarma le abitudini ansiose e nevrotiche della mente, ma rilascia la sua energia, abitualmente ristretta, alla presenza intelligente della coscienza. Questo permette al campo della consapevolezza cosciente di approfondire, chiarire e stabilizzare.

Nel contesto del respiro questo assume implicazioni molto specifiche, direttamente evidenziate da Patanjali nella sua presentazione del Pranayama. Semplicemente permettendo al potere intelligente della coscienza di brillare il più profondamente possibile sulla presenza del respiro, porta ad una trasformazione profonda e anche liberatoria nella mente, nel corpo e nella consapevolezza. L’attenzione profonda al respiro comincia a rivelare l’abituale tendenza inconscia a regolarlo inutilmente. L’intelligenza della mente comincia a riconoscere non solo le sue sottili imposizioni sul respiro, ma anche la loro natura inutile e non di aiuto. Nel momento in cui questi impulsi inconsci abituali sono portati alla luce della consapevolezza, essi si dissolvono, mentre le loro tendenze sottostanti (vasana) si indeboliscono, atrofizzano e infine si sciolgono. Al contempo, la mente diventa disinteressata e incapace di mantenere la sua capacità di distinguere tra le caratteristiche dualistiche del respiro: inspiro / espiro, veloce / lento, fluido / interrotto, dentro / fuori, respirante / respiro, soggetto / oggetto. Inoltre le pause (cessazione, interruzione) tra le due fasi del respiro (kevala kumbhaka) si verificano spontaneamente.

Ogni tentativo, ogni intenzione, di regolare il respiro in qualsiasi modo diventa irrilevante ed infine impossibile. Sia distinzione che volontà relative al fenomeno somatico della respirazione svaniscono. Come ciò accade, l’attenzione viene facilmente trasportata in flussi più profondi della coscienza per mezzo di Pratyahara e nella mente meditativa. Alla fine questa intimità, che ha avuto inizio in asana con la presenza del corpo, e si estende attraverso il Pranayama in Samadhi, genera una profonda intimità con la nostra natura sottile di coscienza. Questo è un processo molto semplice, ma profondo e potente che deve essere sperimentato per essere pienamente compreso. Arriva a compimento con l’integrazione dell’intelligenza cognitiva della mente nell’intelligenza spirituale della coscienza. Questo permette alla mente di lasciar andare il suo bisogno e la sua capacità di imporrsi inutilmente sulla intelligenza del corpo, e sulla vita, pur consentendo all’intelligenza della coscienza di esprimere più liberamente e più pienamente il suo impulso intrinseco verso armonia e interezza.

La regolazione del respiro secondo ritmi predefiniti, ma impossibili da misurare con precisione, potrebbe essere affascinante, elettrizzante ed energizzante, ma dipende dalle capacità superficiali e instabili della mente di affinare e di controllare. L’intelligenza della mente, che è naturalmente instabile e inaffidabile, si sta imponendo sull’intelligenza del corpo, che è naturalmente stabile e affidabile. In tal modo l’intelligenza della coscienza, che è ancora più stabile e affidabile, e la sua capacità di rivelare e armonizzare, rimangono oscurate e ostruite. Questo approccio manipolativo del Pranayama è molto limitato, e profondamente limitante, è un processo che non fa altro che rafforzare e consolidare il senso di sé come del respirante, agente, regolatore, per quanto emozionante e impressionante possa essere a livello superficiale.

Naturalmente, in tutto questo sto affermando e gustificando i miei pregiudizi e le mie assunzioni. Tuttavia potrebbe essere che non tutti i pregiudizi siano uguali, e che alcuni siano infatti molto più vicini alla verità di altri. Per conoscere la differenza quando si tratta di Pranayama potrebbe essere necessario diventare più intimi come possibile non solo con la respirazione, ma anche con le dinamiche con cui è possibile respirare: la relazione funzionale tra cognizione, percezione, volontà e coscienza.

Felice meditazione!!!

Godfrey Devereux, Maggio 2016.

http://www.sutrajournal.com/pranayama-in-the-light-of-consciousness-by-godfrey-devereux

 

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L’applicazione rituale dello Yoga

Recentemente ho letto su internet un articoletto interessante. Raccontava di come l’impulso a pulire casa assalga molte persone, quando si trovano in una situazione di stress, e di come questa azione abbia un potere calmante nel suo reintrodurre una dimensione rituale.

È un’interpretazione a mio parere condivisibile e mi ha portato a tornare sul discorso del potere del rituale anche nella pratica dello Yoga, ma prima di questo vorrei soffermarmi sul fatto che nella nostra cultura il rituale è generalmente accettato solo se legato a situazioni di culto religioso, mentre in altri contesti viene stigmatizzato come un disturbo del comportamento, quando in realtà è spesso presente nelle nostre vite senza che ce ne rendiamo conto a livello consapevole.

Tutti da bambini abbiamo camminato su marciapiedi in pietra cercando di non toccarne i bordi, e riuscire in quest’opera ci ha tenuto la mente occupata e donato serenità.

Da adulti ci svegliamo ed eseguiamo una serie di azioni come prepararci il caffè, lavarci i denti, stirare una camicia, in un ordine preciso. Quando per motivi contingenti questo ordine di eventi è alterato, usciti di casa ci accorgiamo di aver dimenticato qualcosa, un documento, un oggetto, e osserviamo che l’esecuzione dei gesti quotidiani nel nostro rituale personale ci aiuta invece a prepararci per la giornata.

Dove voglio arrivare? Possiamo girarci intorno finché vogliamo, ma la creazione di rituali fa parte della nostra natura più intima, ha un potere calmante ed allo stesso tempo facilita la concentrazione. Anche se istintivamente molti di noi vorrebbero credersi liberi da qualsiasi vincolo ritualistico, nella realtà li creiamo senza esserne coscienti.

Credo che parte del ‘potere’ della pratica dello Yoga, e in particolare dell’approccio vinyasa, risieda proprio nel suo creare una situazione di rituale, sia che pratichiamo a casa, sia che ci rechiamo regolarmente a lezione.

Una delle traduzioni della parola viniyoga è quella di applicazione rituale, e così il viniyoga dello Yoga diventa l’applicazione rituale dello Yoga. Anche se l’accezione più comune del termine è quella di applicazione progressiva (la troviamo anche negli Yoga Sutra con questa interpretazione, relativa al processo meditativo) trovo che pensare alla pratica come ad un rituale spieghi molto bene l’effetto calmante e focalizzante che essa ha.

Ripetere ogni giorno la stessa sequenza, o sequenze diverse ma in uno schema che diventa gradualmente più familiare, diventa un rituale che apre la mente verso altre prospettive, slegate dal corpo.

Impariamo cosa aspettarci dalle azioni che compiamo, impariamo ad aprire la mente ed il cuore oltre quella che è la mera esecuzione di gesti ripetuti.

Il fatto di unire respiro e movimento secondo alcune regole e non altre diventa parte di un rito. Le sequenze tendono ad avere una struttura abbastanza definita, ma piccole variazioni fanno sì che l’esperienza cambi drammaticamente a livello sottile.

Nel vinyasa il modo in cui entriamo ed usciamo dagli āsana è altrettanto se non più importante dell’āsana stesso. Non è un caso che la maggior parte delle volte, quando ci si fa male praticando yoga, questo avvenga nei movimenti che conducono alla posizione finale e nei movimenti di uscita. La fretta di arrivare fa sì che il percorso venga sottovalutato.

Nell’approccio viniyoga invece il percorso è fondamentale. Anche in questo troviamo gli elementi di un rituale, la preparazione diventa oggetto di meditazione, lo svolgimento corretto diventa un obiettivo a cui dedicarsi con dedizione. Ovvio che al termine dello svolgimento ho ottenuto un risultato (l’āsana) ma la preparazione, le modalità di approccio e di conclusione della sequenza hanno un impatto fondamentale sul risultato energetico.

L’abilità dell’insegnante sta nell’alterare l’ordine usuale per creare effetti diversi, nel cambiare le modalità con le quali entriamo nell’āsana, nel ‘muovere’ il rituale verso livelli più profondi e spesso proprio per ricordarci che il rituale non deve diventare, mai, un’azione meccanica.

Solo così il rituale mantiene il suo potenziale meditativo, quando lo eseguiamo essendo presenti, con la mente focalizzata e ferma, non pensando a quanto ci aspetta dopo la pratica ma vivendola istante per istante.

 

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Āsana e Avidyā – Le āsana come ombre nella grotta

Il Mito della Caverna

Nel Mito della Caverna (La Repubblica, Libro VII) Platone descrive una situazione in cui gli uomini vivono legati in una caverna, e possono solo vedere sè stessi ed i propri compagni che si muovono attraverso le ombre proiettate su un muro da un fuoco che arde alle loro spalle. Essendo nati e vissuti in tal maniera, non conoscono altra realtà.

Ora accade che uno di loro si liberi e riesca ad uscire dalla caverna. Temporaneamente accecato dal chiarore del sole, rimpiange la situazione precedente. Mano a mano gli occhi si abituano e la realtà si rivela per quella che è: il mondo reale è diverso, il sole risplende e mette in luce gli oggetti direttamente, la conoscenza non è mediata dalle ombre.

Il prigioniero ritorna poi nella caverna e l’improvvisa oscurità lo acceca nuovamente in maniera temporanea. Quando gli occhi si adattano all’oscurità vede chiaramente la propria condizione precedente e cerca di convincere i compagni, ma nessuno lo crede ed anzi la loro reazione è negativa.

Platone assimila la vita nella caverna alla condizione umana in cui l’idea del bene è accessibile a tutti ma è nascosta e non guida le nostre azioni fino a che non la vediamo. Allora, non possiamo più fare finta di nulla e tornare indietro alla nostra condizione precedente.

Questa metafora ispira la mia idea che la pratica posturale possa in alcuni casi – senz’altro nella mia personale esperienza che comincia dalla sua frequente interpretazione contemporanea – essere l’ombra dello Yoga, una forma che nasconde una realtà più vera e profonda.

Nel raccontare la mia esperienza non voglio in alcun modo criticare i diversi approcci allo yoga, che sotto la guida di un buon insegnante sono accomunati dallo stesso obiettivo, quello di scoprire chi noi veramente siamo e attraverso questa scoperta placare le nostre agitazioni mentali.

 

I Kleśa

Gli Yoga Sutra, un testo compilato probabilmente a cavallo tra il 200 a.C. e il 200 d.C. da uno (o più) personaggi conosciuti come Patanjali, comprende 195 o 196 aforismi che costituiscono un ‘manuale d’uso’ della vita.

In versi tersi e ad una prima lettura spesso enigmatici Patanjali ci spiega la nascita della nostra sofferenza esistenziale, ci fornisce strumenti di osservazione per capire il nostro stato mentale, e ci dona anche metodi pratici per superare le difficoltà del percorso verso la comprensione della nostra vera forma.

Con un rispetto per ogni provenienza, dalla più profondamente religiosa a quella più pragmatica, Patanjali approccia il problema dell’esistenza rivolgendosi a chi abbia voglia di guardarsi dentro, riconoscendo generosamente che non tutti partiamo allo stesso livello o lavoriamo con la stessa disciplina o lo stesso entusiasmo.

Quasi tutti possono raggiungere uno stato di comprensione profonda, purchè lo sforzo sia sincero e ci sia fiducia nel percorso intrapreso.

Patanjali ci fornisce diversi strumenti per calmare le nostre agitazioni mentali, che partono (non necessariamente in senso cronologico, almeno ai giorni attuali) da osservanze etiche personali e sociali, all’utilizzo disciplinato del corpo, alla regolazone del respiro, per arrivare a stati via via maggiormente rivolti verso l’interno, astraendosi dagli stimoli sensoriali esterni per imparare a concentrarsi con livelli di attenzione focalizzata sempre più profondi.

Credo che sia anche importante osservare che negli YogaSutra non incontriamo mai giudizi positivi o negativi su un atteggiamento piuttosto che un altro, non abbiamo la dicotomia bene-male alla quale siamo abituati sino dallo stato embrionale.

Per Patanjali il nostro scopo ultimo è di ‘riconoscere la nostra vera forma’, solo allora la sofferenza potrà cessare.

Patanjali riconosce che il percorso è difficile e ci aiuta a capire quali sono gli ostacoli principali che ognuno di noi incontra nell’esperienza quotidiana, in modo da poter intervenire.

Questi ostacoli sono i kleśa.

“Avidyāsmitā rāga dvesāhābhiniveśhāh kleśhāh”

La non-consapevolezza della propria reale natura, il senso della propria individualità, l’attaccamento, l’avversione, il desiderio di vivere sono le cause dell’afflizione

Nel Sutra II.3 Patanjali elenca le diverse afflizioni che provocano movimenti mentali e di conseguenza sofferenza esistenziale.

Avidya è alla base di tutte le agitazioni mentali, come le radici di un albero da essa si diramano le altre afflizioni. È l’i-gnorare, il non vedere o non saper vedere la realtà per quella che è. Questo ci porta a valutare affrettatamente e quindi a formare un pre-giudizio infondato.

Raga è desiderio, l’attaccamento a ciò che ci dà piacere. Apparentemente nulla di drammatico ma il piacere crea inevitabilmente aspettativa della ripetizione dell’evento. E questa aspettativa è sofferenza in nuce.

Dvesha è più facile da comprendere. È l’avversione che la sofferenza genera in noi. Un evento o una esperienza sgradevole ci provoca rifiuto. Successivamente la memoria del dolore provoca avversione anche in assenza di una nuova sorgente di dolore o di esperienza negativa.

Abhinivesha, dice Patanjali, affligge anche il più saggio ed esperto degli yogi. È la paura della morte, fisica o metaforica, la paura di scomparire e di essere dimenticati.

Queste sensazioni sono anche legate ad Asmita, il senso del sè: questo mi piace, questo no, la perenne ansia di rapportarci, distinguerci e differenziarci da quanto che ci circonda.

Tutto questo crea sofferenza, fino a che non risaliamo il torrente della materia dalla più tangibile alla più sottile e apriamo gli ‘occhi’ al fatto che le esperienze altro non sono che evoluti della mente, prodotto di una confusione iniziale che ha mescolato osservatore ed osservato, soggetto ed oggetto, purusha e prakrti.

“Avidyāksetram uttaresām prasuptatanuvicchinnodārānām”

La non-consapevolezza della propria reale natura è la causa di tutti gli altri ostacoli, che possono essere dormienti, deboli, sospesi o attivi

Nel Sutra III.4 vediamo come le afflizioni, che come erbacce nascono nel campo della non-consapevolezza, possano essere presenti in diversi stati di manifestazione.

Esse non sono mai assenti, a meno di non aver raggiunto lo stato di ‘seme bruciato’ che Vyasa lega alla pratica forte e sincera di uno yogin realizzato.

Chi di noi lavora in giardino sa bene come non si possa mai pensare di aver concluso il lavoro di mantenimento.

Basta abbandonare la zappa per pochi giorni e subito i semi dormienti prendono vita, talvolta in maniera debole e sono facili da domare, alle volte le erbe indesiderate nascono vigorose e difficili da estirpare. Talvolta ci pare di aver avuto successo nell’eliminare una specie, ma spesso la tranquillità è una illusione: un’altra specie di erbaccia ha preso il sopravvento e tiene a bada temporaneamente quella precedente.

Così talvolta ci illudiamo di aver messo da parte una avversione ma se analizziamo a fondo scopriamo che il nostro ego è in realtà distratto da una passione nuova.

Patanjali era sicuramente un giardiniere.

 

Gli Āsana nella pratica posturale moderna

Possiamo ritrovare tanti di questi tratti nella moderna interpretazione di uno degli strumenti dello Yoga di Patanjali, la pratica posturale degli āsana.

Se guardiamo a come Patanjali definisce l’essenza dell’āsana, essa deve con l’esperienza acquisire le qualità di sthiramsukham.

Attenta, consapevole ed al contempo rilassata ed agevole.

Lo sforzo e l’abbandono coesistono permettendoci di osservare l’infinito che è in noi, creando un respiro sereno, lungo e sottile.

Ma se osserviamo lo ‘yoga’ che ci viene proposto continuamente da giornali, video, pubblicità, notiamo che si tratta di una ginnastica posturale associata in maniera vaga all’idea del rilassamento.

Talvolta assume un aspetto estremamente acrobatico e altre volte il termine yoga viene affiancato ad ogni possibile attività, dalla risata alla degustazione di vino e cioccolato.

Inoltre i riferimenti estetici che ci vengono proposti sono immancabilmente di livello superiore alla media, sia nel maschile che nel femminile, continuando a portare la nostra attenzione verso l’esterno.

Il lavoro verso l’incanalamento delle energie sottili, la preparazione verso l’assorbimento totale in cui ritroviamo o riscopriamo la nostra vera natura sono pressochè ignorati.

Della disciplina necessaria per intraprendere questo percorso non viene fatta menzione.

Il desiderio di essere sinuosi, l’avversione per il quotidiano, l’affermazione della propria identità, la paura del decadimento fisico spesso permeano la pratica contemporanea e sono spesso anzi fattori che ci spingono ad intraprendere questo percorso.

In breve, lo yoga che incontriamo è a mio parere spesso permeato di avidya, specialmente perché molto spesso viene portata avanti l’equazione yoga = āsana dimenticando che questo è solo un aspetto degli otto che Patanjali ci descrive.

È raro infatti incontrare chi si avvicina allo Yoga per una semplice curiosità o interesse filosofico.

In altri casi ci avviciniamo perché spinti dalla sofferenza, che potrebbe essere un banale mal di schiena, problemi alla cervicale o anche un malessere esistenziale, quello che Patanjali chiama dukha, una sensazione di pesantezza fastidiosa che non riusciamo a definire con chiarezza ma che ci rende la vita difficile.

La pratica di āsana – che è un aspetto fondamentale del percorso e costituisce uno degli aspetti fondamentali nel percorso verso il ritrovamento della propria vera natura lenendo il dolore che ci avvolge – può invece essere arte e scienza.

Non solo lo scopo di quel movimento diverso dalla mera ginnastica, è preparatorio alla capacità di essere ‘fermi’, stabili, imperturbati dagli eventi esterni, dal caldo e dal freddo, dal bello e dal brutto, dalla fame e dalla sete.

La pratica di āsana ci aiuta a placare rajas e tamas, ci stanca il corpo affinchè anche la mente si quieti e possa finalmente soffermarsi, ci depura dalle tossine fisiche e mentali che ci appesantiscono.

Se abbinata ad una pratica di prānāyāma raggiunge questo scopo in maniera ancora più efficace. Con gli esercizi respiratori eliminiamo ulteriori tossine e risvegliamo l’attenzione verso il nostro mondo interiore, a cui possiamo accedere solo se sussiste quiete, come il fondo di un lago nascosto dalle increspature delle onde quando soffia il vento.

Anche la modalità è diversa, e nella grande intuizione di Krishnamacharya attraverso la sua personale lettura degli Yoga Sutra, l’effetto si raggiunge tramite l’uso consapevole del respiro.

Il respiro si allena a diventare lungo e sottile, anche nelle posture più intense.

Il respiro stesso diventa un campo di osservazione, indicatore del nostro stato mentale.

Ritroviamo la ricerca della leggerezza e della fluidità negli esercizi di riscaldamento vyayama, che diventano la base della pratica vinyasa krama, che diventa a sua volta viniyoga quando si adatta all’individuo ‘imperfetto’ e lo accoglie come è in quel momento, magari nel mezzo della vita.

L’unione di movimento e respiro ci permette di utilizzare il corpo visibile come osservatorio di un corpo più sottile ed invisibile, fatto di mentale, esperienza, emozioni.

L’osservazione attenta ci rivela il nostro stato attuale, le nostre aspirazioni, il nostro passato.

In tadāsana il movimento si compie agevolmente in 8 secondi, in matsyendrāsana dopo due secondi ci sentiamo costretti e soffocati e non vediamo l’ora di uscire dall’āsana. Che mai vorrà dire?

Il nostro ujjayi è rumoroso, proiettato verso l’esterno a ricordare al mondo che esistiamo, nella nostra pratica iniziale. L’esperienza ci porta a rendere il respiro più silenzioso, più intimo.

 

La mia storia

All’avvicinarsi dei 40 anni, da persona sempre piuttosto attiva fisicamente e attenta alla propria persona mi sono ritrovata a passare parecchio tempo ferma, visto che la progressione lavorativa mi aveva allontanato anche dalla ‘pratica’ in laboratorio.

Sotto attacco di asmitā e abhiniveśāh, ho cominciato a preoccuparmi del decadimento fisico, non solo dal punto di vista estetico ma anche di salute negli anni a venire.

Inoltre sono un tipo pitta-vata e di conseguenza ho moltissime energie da spendere, pena l’inquietudine fisica e mentale.

Ma nostante la necessità di muovermi, da ragazzina ho odiato il tennis, la pallavolo, il calcio e mi hanno invece entusiasmato il nuoto, le immersioni in apnea, la ginnastica isometrica.

So di avere un’indole essenzialmente competitiva, ma so anche che la competizione tira fuori aspetti di me che non mi piacciono affatto e ora ho capito che – non avendo evidentemente ancora imparato a gestirli a pieno – è meglio che non li risvegli.

Sono sempre stata affascinata dalle potenzialità del corpo e sono sempre stata interessata al movimento come espressione energetica, alle sue potenzialità psicofisiche.

Il lavoro di gruppo non mi è mai interessato più di tanto, essendo essenzialmente una esploratrice solitaria.

La sfida è sempre stata con me stessa piuttosto che con gli altri, e che avevo già intuito la grande energia che poteva essere tratta dal respiro.

Il respiro lungo e sottile era l’unica soluzione ai dolori mestruali, pause respiratorie nascevano spontanee in situazioni in cui era richiesta attenzione elevata…

Non sapevo che avrei potuto ritrovare tutto questo nello Yoga, che mi pareva una pratica troppo statica e quindi inconcepibile per uno spirito inquieto come il mio.

Nè del resto avevo mai avuto lo stimolo a capire cosa ci fosse di interessante a stare fermi.

Quindi, all’alba dei 40 anni esplorando le possibilità che reputavo essere a me più consone, ho scoperto il Pilates.

Movimento e respiro, una pratica essenzialmenre solitaria, esplorazione attenta degli effetti delle contrazioni muscolari, osservazione.

Mi piacque molto e pensai che una serie di lezioni potessero essere un regalo perfetto per mia mamma anche lei sempre più statica dopo la morte di mio padre se pur sempre attivissima nelle attività quotidiane.

Quel regalo ha letteralmente cambiato la mia vita, perché per una serie di coincidenze mi mise in contatto con il mondo dello Yoga, precisamente con il cosiddetto Power Yoga..

Per quel poco che sapevo di Yoga i termini mi parevano in contraddizione, ma l’idea di qualcosa di energetico ed allo stesso tempo calmante mi intrigò e provai una lezione.

Rimasi folgorata.

L’aspetto più entusiasmante e diverso da tutto quello che avevo provato fino a quel momento era la calma dopo la pratica, pur molto molto intensa e faticosa. Riposando in savāsana la quiete era particolare.

Una sensazione mai provata eccetto nel sonno non-sonno al mare ascoltando le onde crogiolandosi al sole.

E così ho cominciato a esplorare lo Yoga.

Da sola, nel mio tipico approccio alla vita, scoprendo via via che il Power Yoga in realtà non era che una semplificazione dell’Ashtanga Vinyasa proposto da Sri Patthabi Jois.

Per due anni abbondanti ho praticato seguendo i DVD di Richard Freeman, ottimamente spiegati, almeno un paio di volte la settimana e poi nel fine settimana.

Era una pratica molto interessante ma anche molto faticosa, una intensa ora e mezza che lasciava talvolta una grande quiete e talvolta aumentava l’agitazione.

Contro le impressioni che posso dare a prima vista, sono una persona piuttosto prudente. Non ho mai cercato di forzare posizioni che non mi paressero accessibili e sono riuscita a non farmi mai male.

Però era chiaro che una pratica del genere non sarebbe stata sostenibile nel lungo termine, per molti motivi che passavano dal punto di vista fisico all’osservazione che la stessa sequenza, praticata giorno dopo giorno, non era adatta alle variazioni di stato psicofisico o stagionali.

Non mi convincevano affatto le affermazioni che ‘la difficoltà a praticare ci metteva di fronte ai nostri ostacoli interiori’, che l’unica controindicazione fosse la pigrizia, che questa pratica sarebbe andata bene anche a 60 anni.

Notare che io non sono nè pigra nè acciaccata nè timorosa di affrontare esperienze difficili.

Poi la comunità di praticanti del metodo appariva ossessiva e ben poco serena, qualità che mi parevano indicare un fallimento del metodo per come sino a quel punto avevo capito, perché nel frattempo avevo anche cominciato e leggere, e come per molti praticanti autodidatti, Light on Yoga e Light on the Yoga Sutras di BKS Iyengar furono i miei primi libri di testo.

Ma c’erano alcuni punti che non mi convincevano. Era interessante vedere il numero infinito di posizioni che il corpo può assumere ma allo stesso tempo mi domandavo se ci fosse una reale necessità di intraprendere questo percorso.

Inoltre gli Yoga Sutra nell’interpretazione di Iyengar mi risultarono parecchio oscuri come prima lettura.

Era giunto il momento di cercare qualcuno che mi guidasse un po’ di più e cercai una scuola, arrivando dal mio primo maestro, Clemente, forse il più vecchio insegnante a Siena.

L’ incontro fu molto interessante perché completamente diverso da quello che mi aspettavo.

Clemente (un allievo di BNS Iyengar, l’altro Iyengar allievo di Krishnamacharya) insegnava sequenze brevi, posizioni facili, non correggeva praticamente mai l’allineamento degli allievi.

Non parlava praticamente mai eppure la sala della pratica era sempre piena.

Venendo dall’Astanga Vinyasa (ormai avevo anche fatto qualche workshop con insengnanti importanti) dove il movimento del corpo e spesso anche gli aggiustamenti fatti dall’insegnante erano visti come fondamentali tutto questo mi pareva stranissimo eppure sentivo che dietro c’era qualcosa di profondo e importante.

A convincermi definitivamente fu il notare che il prurito di zanzare e moschini che mi assaliva inarrestabile durante le riunioni di lavoro spariva completamente durante la lezione di Yoga.

Lo Yoga era diventato l’unico impegno per il quale mi rifiutavo di rimanere a lavorare oltre l’orario normale.

C’era qualcosa che doveva essere esplorato meglio e di nuovo mi affidai al destino.

Trovai un corso intensivo in vinyasa e mi iscrissi, 5 intere settimane passate in immersione nel Salento, un’insegnante americana semisconosciuta, Monica.

Questa era forse una delle decisioni più difficili degli ultimi anni, dovetti chiedere aspettativa e l’impegno economico era notevole, ma sapevo che la mia vita stava cambiando e dovevo seguire la mia voce interna.

Era ormai abbastanza chiaro per me che il vinyasa era il metodo che cercavo di approfondire, Monica era abbastanza indipendente da maestri specifici anche se faceva sempre riferimento ad AG Mohan e uno dei libri di testo del corso era Il cuore dello Yoga di TKV Desikachar.

Al corso eravamo solo in 5 e questo fu fantastico, anche se – anche in questa occasione – Monica non era così continuamente disponibile come avremmo desiderato.

Stava diventando sempre più chiaro che anche sotto la guida di un maestro il percorso doveva essere personale.

Il testo di TKV Desikachar fu strumentale nel capire finalmente gli Yoga Sutra. Finalmente parole semplici e concetti spiegati in applicazioni quotidiane.

Terminato il corso non ero ancora sicura di voler insegnare ma cominciai comunque sotto consiglio di mio marito. L’esperienza fu positiva e continuai, anche se mantenni il mio lavoro quotidiano.

Dovevo maturare la decisione in maniera più profonda.

Non so perché non tornai a lezione da Clemente, forse mi sentivo in colpa per averlo ‘tradito’. Penso che questa sensazione sia piuttosto frequente e che le incomprensioni tra maestri e discepoli siano all’ordine del giorno nelle discipline spirituali.

Pensai di aver bisogno, nonostante l’intuizione che lo Yoga non consistesse in quello, di lavorare sull’allineamento fisico e mi iscrissi ad una scuola che seguiva il metodo Iyengar.

Continuai parecchi mesi ma era evidente che questo approccio per me non funzionava.

Il respiro non copriva il ruolo fondamentale che tutti gli approcci precedenti gli avevano dato. Il Prānāyāma non esisteva se non in rarissime sessioni dedicate.

L’ossessione per l’allineamento mi causava spesso fastidi alla schiena o al collo, la lezione non mi calmava, anzi riportava in superficie le mie tendenze a mettere troppa forza, a insistere anche quando non era utile.

 

La scoperta di un metodo progressivo

Sapevo che il corso intensivo che avevo seguito non poteva essere sufficiente e che era necessario approfondire ulteriormente, che poter fare riferimento ad un maestro era importante per capire meglio i concetti che continuavano a rimanere oscuri.

Tornai a pensare che, tra tutto quello che avevo letto, il libro il Cuore dello Yoga, e il Bhagavad Gita erano stati i testi che maggiormente avevano lasciato traccia nella mia formazione, che il metodo ‘sottile’ di Clemente era in fondo estremamente efficace.

E così di nuovo il destino mi portò al nuovo passo, e cercai una scuola che seguisse gli insegnamenti di TKV Desikachar. La trovai a Roma, da Antonio, che mi accettò al corso di formazione anche se già iniziato. Dopo un paio di incontri ‘di recupero’ mi unii al gruppo degli altri allievi.

Fin dalla prima lezione era chiaro che questo viniyoga era speciale, più ancora di quanto il libro di Desikachar lasciasse intuire.

Il corpo fisico era importante ma non c’era mai la sensazione che ci si fermasse lì, il respiro rendeva l’esperienza più profonda.

Avevo già l’esperienza del potere del respiro dalla pratica astanga vinyasa, dove l’effetto della fisicità intensa poteva essere temperato dalla decisione di utilizzare un respiro molto lungo.

In questo metodo viniyoga si cantava anche e si utilizzava il suono nelle pratiche fisiche e questo fu per me uno shock iniziale, perché la mia scorza cominciava a cedere con le vibrazioni sonore.

Riprovavo le stesse sensazioni dei migliori giorni di pratica astanga vinyasa ma i risultati venivano ottenuti in maniera sottile, quasi inaspettata.

Non mi capitava più che una sessione mi lasciasse più agitata di prima.

Il Pranayama sempre presente alla fine delle lezioni completava il lavoro verso la stabilità psicofisica e i ‘benefici’ erano durevoli.

Era chiaro che anche Antonio apparteneva alla serie degli insegnanti tradizionali che parlano poco, sono vicini ed al contempo lontani e questo portò ad alcune difficoltà iniziali, ma era altrettanto chiaro che dovevo adeguarmi a questo se volevo approfondire la mia esperienza e comprensione di questa materia.

Ho continuato a seguire workshop di altri insegnanti, tornando almeno un paio di volte all’anno a praticare le sequenze di Patthabi Jois e ho anche frequentato corsi con Srivatsa Ramaswami, sul metodo vinyasa krama a lui trasmesso da Krishnamacharya.

La fisicità per me rimane un punto molto importante della pratica, ma il cerchio si stringe sempre di più verso l’approccio progressivo e la necessità di una sosta, utilizzare il movimento come mezzo per arrivare a fermarsi.

Sono credo arrivata, partendo dal corpo, passando per il corpo e tornando al corpo, ad una comprensione diversa della sua funzione.

Il corpo è un mezzo per accedere a livelli più profondi, posso certamente giocare a ‘perfezionare’ la posizione ma non è quello il punto, almeno non quando si hanno 50 anni.

Non importa così tanto ‘riuscire’, anche perché questo ‘riuscire’ ha ormai assunto un significato molto diverso.

La forza non serve a nulla, anzi. Diventa una manifestazione della mia inquietudine, la frustrazione un ostacolo alla crescita interiore, non si può nascondere nulla a se stessi.

L’uso del respiro, lungo e talvolta anche sospeso, mi mette di fronte ai miei limiti in maniera talvolta crudele ma mai potenzialmente dannosa.

Il concetto di tensione e abbandono di abhyasavairagya, di contrazione e rilassamento di sthiramsukham degli Yoga Sutra diventano esperienziali, e li ritrovo anche nel movimento che conduce verso il mantenimento di un āsana statico.

Nel movimento muscolare abbiamo attività e tensione.

Arrivando all’āsana al termine dell’inspiro o dell’espiro, come il respiro si ferma, anche la tensione muscolare può cessare.

Con l’esperienza, e in una ‘buona giornata’ divento maggiormente in grado di fare coalescere gli elementi di tensione ed abbandono, fino ad arrivare alla coesistenza delle qualità opposte sia durante il movimento che nell’āsana.

Studiando gli Yoga Sutra sotto la guida di un maestro vedo che molte dellle mie pratiche precedenti erano state avvolte da avidya.

La necessità fisica di muoversi nasconde una inquietudine esistenziale.

Anche se il non-movimento non era ancora per me possibile almeno potevo riconoscere questa necessità per quella che era, un sintomo di uno sbilanciamento verso uno degli aspetti meno stabili della mia costituzione.

E pensando ancora all’esperienza dell’astanga vinyasa capivo che era una pratica molto potente ma – almeno per me – non sempre adatta.

Pareva inoltre comportare un forte rischio di sbilanciarmi ancora di più verso un ego già piuttosto sviluppato, incitando una competizione con me stessa che andava oltre il necessario e poteva innescare meccanismi che a tutto portavano fuorchè calma, creando una dipendenza che molto aveva a che fare con raga e anche con abhinivesha.

Conteneva in sè il germe dell’attaccamento alla giovinezza e la paura di invecchiare, di non essere più in grado di ottenere i risultati che un ragazzo poteva ottenere.

Tornare a praticare astanga vinyasa oggi ha un senso diverso, è un gioco che finisce quando la sequenza è completata, dove posso scegliere di giocare se la giornata è favorevole.

Il metodo Iyengar ha su di me l’effetto contemporaneo di suscitare avversione e testardaggine a continuare anche ciò che per me non è adatto per rimanere orgogliosamente fedele all’immagine che una parte di me vorrebbe trasmettere.

Sono molto grata a tutti gli insegnanti che ho incontrato sul mio percorso, sia virtuali che reali, perché da ognuno ho tratto un insegnamento che mi ha reso più consapevole dei miei limiti, che mi ha insegnato ad accettarli e anche superarli, magari aggirandoli e approcciandoli da una prospettiva diversa o addirittura opposta.

Ho potuto scegliere di non agire per poi tornare ad agire con uno spirito diverso e maggiormente inquisitivo sulle mie avversioni, esplorandole per capirne l’origine e la natura.

Ho potuto soddisfare il mio spirito auto-competitivo utilizzando strumenti che non erano pericolosi, come il respiro e le pause respiratorie.

Ho imparato ad accettare il passare degli anni ma anche valutare cosa ancora posso fare e cosa invece non mi appartiene più.

Anche il mio modo di insegnare è cambiato, e questo forse è il punto più importante.

Le lezioni continuano ad essere impegnative ma non sempre, credo di essere più diventata più rispettosa delle esigenze degli studenti, anche se rimangono inespresse a parole. Sto imparando ad osservare e interpretare, anche sulla base delle esperienze sulla mia pelle.

Mi ritrovo a difendere l’apparente non-azione o ‘facilità’ del viniyoga senza il fervore semireligioso che mi avrebbe caratterizzato un tempo, ma da un punto più stabile e profondo, invitando alla pratica sapendo che l’esperienza personale è il miglior maestro e che, se veramente interessato, ogni studente arriva a capire cosa è meglio e diventa lentamente un buon maestro di se stesso.

Forse anche tutto questo è avidyā, sotto un’altra forma, ma mi pare piano piano di avvicinarmi al nocciolo.